di

Carlo Cottarelli

La competizione tra Stati frena la decarbonizzazione

Ha fatto parecchio caldo quest’estate in Italia e in Europa, il che renderà forse molti di voi più propensi a proseguire la lettura di questo pezzo sul riscaldamento globale. In realtà, non è solo dal termometro italiano o europeo che si deve partire per valutare l’entità del fenomeno, le cause, le conseguenze economiche e i possibili rimedi. Cominciamo dall’entità del fenomeno. Le misurazioni della temperatura media del pianeta, che esistono, sempre più precise, dalla metà del XIX secolo, ci dicono che la temperatura è aumentata in modo abbastanza regolare dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso e che nel triennio 2023-25 eravamo quasi 1,5 gradi sopra dove eravamo a metà del XIX secolo. Questo fatto non è ormai contestato da nessuno, tranne pochi negazionisti di professione.

C’è più discussione invece sulle cause dell’aumento, ma sempre più la comunità scientifica internazionale ha concluso che la causa è l’attività umana e, in particolare, le emissioni di gas serra da attività di produzione e consumo. Si è arrivati a questa conclusione via via che il fenomeno veniva studiato in modo più approfondito. Il sesto rapporto di valutazione del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico pubblicato nel 2023 (su cui hanno lavorato centinaia di scienziati provenienti da oltre 100 Paesi) ha concluso che «le attività umane, principalmente attraverso le emissioni di gas serra, hanno inequivocabilmente causato il riscaldamento globale». Poi c’è sempre qualcuno che dissente (viene citato talvolta il nome di Rubbia, anche se le sue passate affermazioni mi sembra siano stati interpretate in modo del tutto fuorviante), ma si tratta di minoranza. Del resto, visto che la percentuale di CO2 nell’aria è aumentata, visto che la CO2 ha la proprietà di trattenere il calore e visto che non ci sono cause naturali per il recente aumento delle emissioni di CO2 (tipo attività vulcanica), è logico concludere che le emissioni antropogeniche siano la causa.