Lo scorso 17 giugno la procura di Firenze ha sequestrato sette sezioni del carcere di Sollicciano a causa delle pessime condizioni strutturali e igienico-sanitarie della struttura. E’ la prima volta che in Italia avviene, e in seguito 250 detenuti sono stati trasferiti. Se tutte le procure d’Italia iniziassero a indagare e a sequestrare le carceri non idonee, chiuderebbero tutte e non ci sarebbe più posto per nessun detenuto. E, se obbligatorietà dell’azione penale esiste, non si capisce perché questo non avvenga, liberando tutti i ristretti dalle parti galere. Non è un paradosso, ma la realtà che vivono ogni giorno sessantamila detenuti, e che in questi giorni ferragostani stanno verificando parlamentari e volontari che, per tradizione pannelliana, stanno andando a visitare le carceri italiane. Le quali, dopo un breve periodo di recupero legato al Covid, sono ritornate nel pieno del sovraffollamento e della pena disumana e degradante come circoscritta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.Tra le 190 carceri italiane, i ristretti attualmente presenti sono 64.773. Un sovraffollamento rispetto ai posti disponibili del 139,5 per cento con punte in diverse carceri del 149 per cento. Le presenze sono prevalentemente maschili fino al 95 per cento della popolazione carceraria, con 20.307 stranieri (31,5 per cento): quelli che secondo il governo Meloni dovrebbero scontare la pena nel loro paese, e invece continuiamo a rinchiudere qui. Il 15 per cento dei detenuti soffre di disturbi psichiatrici da cura (circa 6 mila persone). Inoltre, si segnalano forme diffuse di depressione e consumo di psicofarmaci. Nel 2025 si sono registrati 80 suicidi nelle carceri italiane, mentre le morti per altre cause sono state 89. Nell’anno in corso, al 30 giugno, sono 36 i suicidi e 89 le morti per altre forme.Per trovarne dati peggiori occorre risalire al triennio 2010-2013, quello che si chiuse con la condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, la norma che proibisce la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. All’epoca i ricorsi presentati dalle persone detenute furono circa quattromila, mentre nel solo 2025 i reclami accolti dai Tribunali di sorveglianza italiani, quelli cioè che un giudice ha esaminato e ritenuto fondati, sono stati 6.539 (il 12 per cento in più del 2024). Da allora lo Stato ha dovuto indennizzare (con un giorno di riduzione della pena ogni 10 trascorsi in cella, o con 8 euro al giorno in caso di pena già espiata) 35.710 persone per il fatto di averle detenute in condizioni degradanti. A fronte di questi dati, che testimoniano da parte del nostro paese una violazione costante e continua delle norme del diritto internazionale e della Costituzione, i governi tendono a giustificarsi con la ricerca di sicurezza. Il famoso “in galera e buttare la chiave”. A cui segue un sempre maggiore aumento delle fattispecie di reato, aggravanti, e aumenti pene. Ma tutto questo serve realmente ad aumentare la sicurezza? I dati dicono di no.Delle 63.499 persone detenute al 31 dicembre 2025 soltanto 25.921, il 40,8 per cento, erano alla prima carcerazione, mentre il 45,9 per cento era già stato detenuto da una a quattro volte, il 10,6 per cento da cinque a nove e il 2,7 per cento più di dieci. Quasi sei persone su dieci, dunque, in carcere, c’erano già state. Il Cnel aggiunge il dato che dovrebbe orientare qualsiasi politica in materia: torna a delinquere il 68,4 per cento di chi durante la detenzione non ha svolto alcuna attività lavorativa, contro il 2 per cento di chi è stato inserito in un percorso di lavoro. Un sistema penitenziario che non riesce a rispettare la legge e a costruire percorsi di reinserimento non produce sicurezza, e lo fa costando circa 3,5 miliardi l’anno.Nonostante la costruzione di nuove carceri non sia la soluzione (mentre lo sono politiche deflattive) da quando il governo in carica ha varato il nuovo piano carceri i posti disponibili anziché aumentare sono diminuiti di 537 unità. La premier Meloni e il ministro della Giustizia Nordio hanno annunciato ripetutamente diecimila posti in più. Ma dopo quattro anni di governo la capienza regolamentare conta appena 46 posti in più rispetto al 2022. Mentre ad aumentare di diecimila unità è il numero dei detenuti presenti: dai 56.225 di ottobre 2022 alla soglia odierna dei 65.009.Anche come risposta a questa situazione, il governo Meloni due mesi fa ha emanato una nuova legge “deflattiva” che fissa un principio giuridico fondamentale: i tossicodipendenti sono malati e vanno curati. Quindi devono stare in comunità e non in carcere. Un grande merito, per una destra spesso manettara e illiberale. Però, aldilà del principio giustissimo, l’intento dichiarato è lontano dall’essere messo in pratica. Dall’annuncio (anche in questo caso) di diecimila posti liberati, si è passati a una “prospettiva evidentemente pluriennale”: con i 19 milioni stanziati, forse nel 2027 potrebbero trovare posto in comunità al massimo 600 detenuti tossicodipendenti.A fronte di questo disastro alcuni deputati di Forza Italia hanno fatto approvare un’indagine conoscitiva sullo stato delle carceri. Importante presa di coscienza di parte della maggioranza. Che però ha fatto imbestialire proprio la parte più manettara di governo. A rispondere è stata Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto di Carlo Nordio e oggi consigliera giuridica del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti. Condividendo il post con cui il deputato di Forza Italia Calderone rivendicava il via libera all’indagine, Bartolozzi ha scritto: “Forse l’onorevole Calderone è passato all’opposizione e non me ne sono accorta…”. Una battuta che, nella sostanza, contesta la scelta di un partito di maggioranza di chiedere un’indagine conoscitiva su un settore governato dalla stessa maggioranza. Con i risultati disastrosi sia dal punto di vista umanitario che di sicurezza che, almeno nella giornata di oggi, non si possono nascondere dietro le sbarre.
Il carcere non va in vacanza. I numeri di un disastro politico
Tra le 190 carceri italiane, i ristretti attualmente presenti sono 64.773: un sovraffollamento rispetto ai posti disponibili del 139,5 per cento. Meloni e Nordio hanno annunciato diecimila posti in più. Ma dopo quattro anni di governo la capienza regolamentare conta appena 46 posti in più rispetto al 2022







