Primo ciak il 5 settembre 1986. Non è una data da targa di bronzo. Nemmeno da annali del cinema. Eppure l’oggetto che inizia a prendere forma nel Mountain Lake Lodge, venerabile resort sulle Appalachian Mountains della Virginia, da quarant’anni provoca dipendenza. A nome delle generazioni di donne colpite da questo virus inestirpabile, prego perché non arrivi mai un vaccino anti Dirty Dancing. Non è un film, è una metastasi benigna. Sembra immortale, intramontabile, perché è perfetto. Lucidamente sovversivo cioè, e senza data di scadenza.

È un attentato al Primo Comandamento del Mercato: non è un prodotto deteriorabile. Soprattutto perché sotto una patina da period romance – l’America eccentricamente retrodatata è quella di un quarto di secolo prima – calpesta stereotipi con (soave) furia iconoclasta. È un manifesto radical sotto mentite spoglie, più articolato e più resistente di Full Metal Jacket, uscito due mesi prima negli Usa in quella medesima estate 1987.

Paradossale ma vero: a distanza, un dilettante del lungometraggio di nome Emile Ardolino sbiadisce Stanley Kubrick. Per quell’anno e quel film. Dirty Dancing è un ossimoro: un guilty pleasure che contrabbanda politica. Coniuga lotta di classe e desiderio, emancipazione femminista e heartbeat sfacciato, mambo e sfruttamento capitalista, pelle viva e diritti civili. Sdogana il più esecrato tabù hollywoodiano di allora, l’aborto, oggi di nuovo illegale in 14 stati dell’Unione e impraticabile in altri sei. Ribalta il cliché del ballo come promozione sociale à la Flashdance. Non solo inverte i ruoli codificati, ma Patrick Swayze non è Cenerentola come Jennifer Grey non è il Prince Charming, il Principe Azzurro. Un happy ending è programmaticamente fuori questione. Nessuna sciropposa promessa di eternità, nessun matrimonio rituale, nessuna pentola d’oro in fondo all’arcobaleno. Solo una soglia di identità e dignità conquistate, una sfida alla forza di gravità sociale.