Era il 1986 quando un film rivoluzionò la rappresentazione del sesso sul grande schermo. Merito di Kim Basinger, Mickey Rourke e di uno dei più potenti afrodisiaci: la musica. Che da sottofondo si fece coprotagonista

di Carlotta Magnanini

“Davanti a una scena di sesso, nessuno avrebbe mai pensato: “cazzo, qui la musica spacca!””. Almeno fino al 1986, anno in cui un film cambiò le regole dell’attrazione cinematografica introducendo un elemento iper-lubrificante sottovalutato: la colonna sonora. Così la pensa James Lynch, musicista di base a Brooklyn e compositore per produzioni “decisamente più vicine al porno che all’erotismo”. Fa niente. Esplicito o no, di cine-sesso musicato si tratta. E da 40 anni crea una sinestesia esplosiva, tant’è che se oggi Lynch (no, nessuna parentela col regista David) si guadagna da vivere, si paga l’affitto della sua casa a New York e riceve nomination per la Migliore soundtrack agli Oscar del porno (gli AVN Awards), lo deve a 9 settimane e ½ e al regista Adrian Lyne che, dopo avere portato coreografie musicali tra i saldatori con Flashdance, le condusse anche nelle camere da letto.

Era il 14 febbraio quando il corpo di Kim Basinger e il volto di Mickey Rourke piombarano meravigliosi sui grandi schermi e trascinarono il desiderio “al livello successivo”, mostrando un sesso ritmatissimo, bellissimo, patinatissimo, elegantissimo e arrapantissimo. La voce roca di Joe Cocker sembrò all’improvviso davvero necessaria per convincere Kim-Elizabeth a sfilarsi la sottoveste su un ritmo sudato e sassofonato in crescendo, come un amplesso. “Era il momento giusto perché quel film facesse il botto”, dice Emiliano Morreale, critico cinematografico e docente alla Sapienza. “Anche se, rispetto ai precedenti Gola profonda, Ultimo tango a Parigi o Miss Jones, esemplari nella golden age della spettacolarizzazione sessuale, 9 settimane e ½ risulta più abbottonato. Ma You can leave your hat on fece detonare quello spogliarello che mostrava meno, ma spingeva a immaginare molto, ma molto di più”. Non è un caso se il successo di Joe Cocker (dopotutto non uno qualunque: George Harrison aveva proposto prima a lui, che ai suoi Beatles, Something) fosse la versione più “sporca” di un brano di Randy Newman del 1972, quando l’erotismo cinematografico cominciava a vivere l’età migliore. Ma l’eros aveva bisogno di qualcosa di più, qualcosa che potesse “suonare” familiare per riuscire a immedesimarsi. “Gli anni 80. Infarciti di musica pop, di consumi, di moda, di patina e perfezione. E soprattutto affamati di una droga che creava dipendenza in tv: i video trasmessi da Mtv o, da noi, Videomusic”. Di cui 9 settimane e ½ non rappresentava altro che una extended version. Più che mai in un film che parla di sesso “la musica ha il potere di suggerire quello che sta per accadere, titillare, creare anticipazione per la scena madre – quella che si chiama money shot – che magari poi non viene neanche mostrata”, spiega Emilio Audissino, professore associato di Cinema e audiovisivi alla Università Mercatorum. “Non dimentichiamo che Lyne aveva cominciato la propria carriera come regista di spot pubblicitari per la tv. Era inglese e intriso di moda e glam-rock, così ebbe la grande intuizione di incorporare il prodotto che allora andava per la maggiore, ovvero i videoclip, in un film erotico, un prodotto cioè che forse al cinema si vendeva da sé”, aggiunge Morreale.