di Silvia Avallone

Sono arrivata qui per costruire il mio avvenire studiando. Credendo nella civiltà del libro. È piena di storia, ma io continuo a sceglierla per il futuro. Una città di mare senza il mare: le piazze, i ragazzi, sono un porto accogliente

Ho cominciato a innamorarmi di Bologna da lontano. Prima di raggiungerla, prima persino di guardarla in fotografia, l’avevo già scelta. In provincia, all’età di 14 anni, mi era bastato ascoltarla attraverso i racconti dei ragazzi più grandi che ci erano stati. A studiare, a manifestare, a divertirsi. Sia a Biella che a Piombino, le due città in cui sono cresciuta, Bologna per i giovani era un mito. Di libertà, ribellione, creatività. Non c’era posto simile in tutta l’Italia: solo a Bologna potevi diventare, letteralmente, te stesso. Andare in giro conciato come ti pareva, senza timore di attrarre occhiatacce. Amare come e chi preferivi. Studiare qualunque materia, azzardare qualunque strada. E io, che segretamente sognavo già di diventare scrittrice (quel genere di attività che a detta di molti “non è un lavoro”), e che all’epoca ero infatuata di musica punk per protesta contro il conformismo, e indossavo jeans macchiati di candeggina per irridere le mode, sognavo di salpare verso la vita vera. A Bologna. Conservo sulla mia libreria una cartolina delle Due Torri, la Garisenda storta e invidiosa, e l’autorevole e svettante degli Asinelli, che mi aveva spedito mia madre nel 2001 da una sua visita in città. Recita: “Un bacione da Bologna La Dotta, malgrado i punk”. Era “La Dotta”, la chiave che mi avrebbe aperto il futuro. In quegli anni ancora non lo sapevo, che a Bologna era sorta la prima università del mondo, nel 1088. Non sapevo quanto la cultura e l’istruzione potessero rivelarsi un percorso di liberazione e riscatto. Volevo solo andare in un posto che sovvertisse i vecchi schemi, che sbugiardasse le ipocrisie. Questo mi era stato raccontato. Che Bologna era piena di cinema d’essai, di libri introvabili, di musica underground. Una città senza giudizi, di promesse. Credo sia difficile non tradire un’aspettativa così alta. Ma Bologna, a 19 anni, quando finalmente vi sono approdata, non l’ha tradita. Parliamo di una delle città più importanti d’Italia da ogni punto di vista: culturale, economico, strategico. È il principale snodo ferroviario, brutalmente ferito il 2 agosto 1980 con una strage che non verrà mai dimenticata. Conserva perfettamente intatto un pezzo enorme di Medioevo. È piena di storia, sì, ma il motivo per cui io continuo a sceglierla è il futuro. Sono arrivata qui, come accadeva ai giovani fin dall’anno Mille, per costruire il mio avvenire studiando. Credendo nella civiltà del libro, del pensiero, del ragionamento. E Bologna, con le sue facoltà maestose e le sue biblioteche eccelse – l’Archiginnasio, la Salaborsa, per citarne alcune – mi ha accolta. Con i suoi portici – patrimonio dell’Unesco – mi ha guidata. Erano anni in cui si diceva, e lo si ripete ancora, che studiare non serve a niente, che le lauree sono pezzi di carta, che leggere è un’attività noiosa. Che i soldi e la carriera li si fanno in altro modo. Ma io so che tutta la mia libertà di persona la devo alla cultura che mi è stata insegnata, ai libri che ho letto, alle persone diverse che ho incontrato. E questo è avvenuto, in gran parte, a Bologna. Presentazioni di libri in ogni libreria. Quanti reading di poesia nei locali del Pratello! Assemblee aperte in via Zamboni. Ventenni pieni di voglia di aggiustare il mondo. C’è un’energia nella città universitaria. Quando è tempo di lauree, la gioia ti investe a ogni passo, tra le corone di alloro, gli sfottò cantati e i parenti commossi. Trovatemi un’altra città che nella sua piazza principale ospiti, d’estate, un cinema sotto le stelle, come il Cinema Ritrovato in piazza Maggiore. Gratuito, aperto a tutti. Perché una comunità si cementa dentro il reale, fuori dalla solitudine.