Quasi ottant’anni dopo la Partizione, il Pakistan torna a trasformare la solidarietà musulmana in potere strategico sotto Asim Munir. Ma la sua stessa storia mostra i rischi di affidare all’identità religiosa la soluzione di conflitti politici
Mentre gran parte del mondo insiste che l’unica soluzione possibile in Medio Oriente sia quella dei due Stati, ricorre l’anniversario di quando, quasi ottant’anni fa, la soluzione dei due Stati fu applicata in un’altra parte del mondo. Il risultato fu il Pakistan.
Per comprendere meglio il Pakistan di oggi, uno Stato nel quale l’esercito esercita da decenni un’influenza politica e istituzionale eccezionale e che recentemente ha acquisito nuova rilevanza internazionale grazie al ruolo di intermediario tra Stati Uniti e Iran, bisogna tornare alle circostanze della sua nascita. Il Pakistan ha contemporaneamente firmato alla Mecca, il luogo più sacro dell’Islam, un patto di difesa che lo lega ad Arabia Saudita e Turchia, due potenze sunnite che, in modi diversi, rivendicano la leadership del mondo musulmano.
Per un Paese nel quale la definizione dell’identità nazionale è stata a lungo intrecciata alla rivalità con l’India, è motivo di grande orgoglio. Il Pakistan può presentarsi come mediatore, potenza militare e, soprattutto, unico Stato musulmano dotato di armi nucleari. Il suo arsenale diventa così non soltanto il deterrente contro l’India, ma potenzialmente una risorsa strategica per l’intero mondo islamico.






