di Caterina Maniacivenerdì 14 agosto 20263' di letturaMesi, anni di attesa, di cure, di ansie, finalmente la nascita della figlia desiderata. E poi la rivelazione, che colpisce come un fulmine a ciel sereno: quella bambina non è biologicamente la loro. E allora? Si tratta di un dramma antico, quello dello “scambio” di figli, o di scoperte sulla paternità e maternità che mettono a dura prova i rapporti familiari e riportano in primo piano dubbi e polemiche. È successo ad una coppia di Napoli, il marito di 41 anni e la moglie 36enne. Nel 2025 decidono di sottoporsi alla fecondazione in vitro nell’ospedale San Paolo di Napoli per avere un secondo figlio, utilizzando uno dei loro cinque embrioni congelati e il 3 giugno 2025 è nata una bimba. Felicità e speranze, ma poi una notizia del tutto inattesa: dalle analisi emerge che la piccola non è biologicamente figlia della coppia. I dubbi sono nati quando alla coppia è stato comunicato il gruppo sanguigno della neonata, non corrispondente né a quello della madre né a quello del padre. I successivi approfondimenti diagnostici, con il test del Dna, hanno confermato i sospetti.Viene così presentata una denuncia alla procura di Napoli, che ha portato all’apertura di un fascicolo, tutt’ora pendente, per lesioni colpose. Le indagini hanno portato i Nas di Napoli su delega della Pm Stella Castaldo - a fare accertamenti nel centro di procreazione medicalmente assistita del nosocomio partenopeo. Secondo l’esposto, al momento della fecondazione ci sarebbe stato uno scambio di embrioni. Nel frattempo la coppia afferma, parlando alla stampa, di «aver riconosciuto» la bambina, che «intendiamo crescere». L’amore per la figlia non è messo in dubbio. Però la scoperta del probabile scambio di embrioni fa nascere una domanda: e se i loro embrioni fossero stati impiantati a un’altra coppia? Con il conseguente dubbio angosciante: «Ci tormenta l’idea che possa esistere da qualche parte un nostro figlio biologico». Il loro legale, l’avvocato Francesco Petruzzi, in alcune dichiarazioni rilasciate, sottolinea che «siamo passati dallo scambio in culla a quello nell’utero. Riteniamo ci sia un danno psicologico da quantificare». L’avvocato, tra l’altro, ha assistito anche la famiglia di Domenico Caliendo, il bimbo di due anni morto dopo il trapianto di un cuore danneggiato all’ospedale Monaldi di Napoli. Quella della fecondazione in vitro è una tecnica tra le più comuni e che risale agli anni Settanta: in Italia è arrivata all’inizio degli Anni Ottanta. La prima persona ad essere concepita con fecondazione in vitro fu Louise Brown nata a Oldham, nel Regno Unito, il 25 luglio 1978. Le pratiche mediche che concernono la fecondazione, quindi, sono complesse, delicate, rischiose, anche, per via di possibili incidenti e perciò, come si diceva, al centro di discussioni, così come di continue ricerche. Una cosa appare chiara: un embrione, un ovocita o un campione di liquido seminale non possono essere trattati come una normale provetta di laboratorio.Per questo nella procreazione medicalmente assistita la tracciabilità deve accompagnare gameti ed embrioni in ogni tappa dell’intero percorso, dalla raccolta alla fecondazione, dalla coltura alla crioconservazione fino al trasferimento. Anche il Centro di Medicina della Riproduzione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, all’avanguardia, è finito al centro delle cronache pochi giorni fa a causa di un grave errore umano che ha portato allo scambio di un embrione (derivato dall’unione dei gameti di una coppia) impiantato nell’utero di un’altra paziente. Il Ministero della Salute e la Regione Lombardia hanno disposto la sospensione delle attività del laboratorio di Embriologia per almeno 15 giorni per effettuare ispezioni e verifiche. Queste vicende portano in primo piano un problema che riguarda tutti i sistemi sanitari avanzati: come rendere il più vicino possibile allo zero il rischio di scambio o errata identificazione di gameti ed embrioni. La questione, infatti, non riguarda certo solo l’Italia. Proprio nel 2026 la European Society of Human Reproduction and Embryology, ESHRE, ha pubblicato l’aggiornamento delle raccomandazioni di buona pratica per i laboratori di fecondazione assistita, con particolare attenzione all’identificazione dei pazienti, alla tracciabilità delle cellule riproduttive e ai sistemi di controllo. L’errore più temuto è proprio lo scambio di materiale biologico, che in effetti è raro, anzi si potrebbe definire un evento eccezionale, ma ha conseguenze potenzialmente enormi e i danni provocati potrebbe essere irreversibili.