La denuncia è durissima: in Cisgiordania si starebbe consumando una "violenta pulizia etnica" e la comunità internazionale dovrebbe esercitare pressioni su Israele fino al boicottaggio e allo stop alla vendita di armi, fatta eccezione per quelle destinate alla difesa. A sostenerlo è Ahron Bregman, politologo, scrittore di origini israeliane e docente al Department of War Studies del King's College di Londra, in un'intervista concessa a La Stampa.Bregman affronta innanzitutto la questione della posizione di Benjamin Netanyahu sul futuro dei territori palestinesi. Secondo il docente, se Israele non riuscisse a separarsi dai palestinesi, nel giro di alcuni anni la maggioranza della popolazione compresa tra il Mediterraneo e il fiume Giordano sarebbe costituita da non ebrei. A quel punto, sostiene, si porrebbe la questione del diritto di voto. Se questo venisse negato, "Israele rischierebbe di diventare uno stato di apartheid simile al Sudafrica". Per Bregman sarebbe invece più vantaggioso arrivare alla creazione di uno Stato palestinese nella maggior parte della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.Due, secondo il politologo, le possibilità per promuovere la soluzione dei due Stati. La prima è "una terza intifada palestinese non violenta". Bregman sottolinea che i palestinesi dovrebbero evitare il ricorso alle armi, che considera "un errore fatale": "Le parole chiave sono: rivolta non violenta". La seconda strada indicata nell'intervista è la pressione internazionale. "La comunità internazionale dovrebbe rispondere allo Stato ebraico come ha fatto con l’apartheid in Sudafrica: deve boicottarlo e smettere di vendergli armi, a meno che non si tratti di armi per la difesa", afferma.È parlando della Cisgiordania che Bregman passa alle accuse più pesanti. "Faccio notare che mentre stiamo discutendo di questo, i coloni ebrei in Cisgiordania, con il sostegno dell’esercito e del governo, stanno commettendo crimini orribili". Poi aggiunge: "Mentre la nostra attenzione è rivolta all’Iran, e questo è comprensibile, nella West Bank si sta consumando una violenta pulizia etnica".Nell'intervista il docente si sofferma anche sulle ragioni che, a suo giudizio, avrebbero spinto Netanyahu a rifiutare il piano statunitense in 15 punti per Gaza. La risposta di Bregman è netta: "In una parola: elezioni". Secondo la sua analisi, la base elettorale del premier israeliano non vuole sentir parlare di "ritiri, cessate il fuoco o compromessi" e chiede invece il disarmo e la sconfitta di Hamas, un esito che Bregman ritiene improbabile. Il politologo esclude inoltre che questa posizione possa determinare un ulteriore deterioramento dei rapporti con Washington. "Non succederà. Trump permette a Netanyahu di rilasciare queste dichiarazioni vuote, ma insiste affinché Bibi segua sul campo il piano in 15 punti", sostiene.Infine l'Iran. Anche qui, Bregman non è meno critico: "Trump ha perso la guerra contro l’Iran, strategicamente parlando". A suo giudizio, nonostante "molti successi tattici", gli obiettivi generali del conflitto non sarebbero stati raggiunti e difficilmente lo saranno in futuro. Quanto all'esito della guerra, Bregman ritiene possibile che Trump finisca per dichiarare vittoria, probabilmente quando lo Stretto sarà riaperto. Ma conclude: "quelle parole suoneranno vuote. Ci ha condotti in una catastrofe strategica".