La giornalista israeliana Linda Dayan scrive su Haaretz che per Israele ci sono una buona e una cattiva notizia. La buona è che sempre più israeliani hanno cominciato a parlare apertamente della violenza dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. Non è più una questione confinata alla sinistra o alle organizzazioni per i diritti umani. "È entrata nelle conversazioni delle famiglie, nel dibattito pubblico, persino in una parte della destra". La cattiva notizia, scrive Dayan, è che forse ci si è accorti del problema troppo tardi. Secondo un sondaggio dell'Israel Democracy Institute, l'84% degli israeliani di sinistra e il 65,5% di quelli di centro ritiene che le autorità siano troppo indulgenti con i coloni responsabili di violenze contro i palestinesi. La preoccupazione si estende anche verso destra.
Il punto, però, non è più soltanto quanto Israele voglia fermare gli estremisti. Gli avvenimenti degli ultimi giorni pongono una domanda più complessa: è ancora in grado di farlo?
A Qusra, villaggio palestinese a sud di Nablus, nel nord della Cisgiordania, da domenica alcune famiglie vivono assediate nelle proprie case. Un gruppo di coloni ha bloccato la strada, montato una tenda nei cortili e impedito agli abitanti di entrare e uscire. Acqua ed elettricità erano già state tagliate. Le famiglie raccontano di pietre contro le finestre, danneggiamenti e tentativi di entrare nelle abitazioni. Quindici persone, tra cui almeno due bambini, sono rimaste per giorni senza beni essenziali, cibo e medicine. Una delle case appartiene a Louai Abu Ridi, palestinese originario di Qusra che vive in Ohio ed è cittadino americano. Suo fratello si era trasferito nell'abitazione per proteggerla. La vicenda è diventata così un problema diretto anche per Washington.











