Ci sono maestri del cinema che non hanno certo bisogno di presentazioni. Se pensiamo non solo al contributo artistico offerto al medium, ma anche ai più impressionanti incassi al box office della storia, James Cameron è un nome che balza subito in mente. Il suo successo, dopotutto, è saldamente intrecciato alla sua prospettiva visionaria e all’instancabile ricerca, da cui hanno preso forma esperienze visive tra le più ambiziose e coinvolgenti mai apparse sul grande schermo.

Il mito di Cameron risale a esempi illustri come i primi due episodi della saga di “Terminator”: capostipiti del genere action che, con l’introduzione di nuove tecnologie di ripresa, hanno rivoluzionato in gran parte la regia cinematografica. Altrettanto significativo è stato il debutto di “Aliens”, sequel della saga horror-fantascientifica ritenuto, per il suo concept peculiare e l’alto tasso di adrenalina, non meno influente del predecessore diretto da Ridley Scott. E come dimenticare il trionfale debutto di “Titanic”, pellicola che detiene il record di quinto maggiore incasso cinematografico di tutti i tempi e una vittoria di ben undici statuette su quattordici candidature all’edizione degli Oscar del 1998.

Ma oggi il nome di Cameron riporta inevitabilmente al fenomeno di “Avatar”, il franchise sci-fi su cui il maestro si è impegnato anima e corpo per trent’anni, fin dalla prima bozza del progetto risalente al 1996. Lo sviluppo della serie, che ha visto debuttare a fine dello scorso anno il terzo capitolo, “Avatar: Fuoco e Cenere”, ha richiesto investimenti produttivi e innovazioni mai sperimentati prima in una superproduzione, portando a un balzo qualitativo impressionante nell’utilizzo delle tecniche digitali e della computer grafica.