Più la saga di Avatar va avanti, più la fama di James Cameron retrocede. Il franchise in cui “Pocahontas incontra i Puffi” si arricchisce di un terzo capitolo che sembra identico al secondo. Si sono messi in una mezza dozzina, compreso Cameron, a scrivere soggetto e sceneggiatura di Avatar 3: Fuoco e cenere, ma l’arco narrativo, i turning point, gli scontri generazionali, le minacce mortali, i colpi di scena sono ricalcati con la carta velina ad Avatar 2: Le vie dell’acqua (che irresistibile proprio non era). Non che il franchise più remunerativo della storia del cinema ci avesse mai fatto saltare sulla poltrona. L’abbiamo subito passivamente, un po’ come ogni tendenza estetica che ci annoia nella sua merceologica esaltazione, e che speriamo passi in fretta, per vedere se quella successiva ci apparterrà un poco di più.

Permetteteci un altro paio di righe sull’obsolescenza della poetica e della produzione cameroniana, poi torniamo allo scarso Avatar 3. Girato e visione spettatoriale in 3D, introdotti da Cameron con Avatar nel 2009, più che una risorsa innovativa del nuovo millennio cinematografico sono diventati subito come un fastidioso e inutile orpello, modello apparecchio per i denti. Per non dire dell’ulteriore peso economico per le già disastrate sale, che fin dal numero due della saga hanno fatto a gara per scansarlo come la peste. Già questo ci dovrebbe far capire come questa epica della motion capture, questa epopea spirituale new age con “grafica da screensaver” (il premio va sempre al villaggio Na’vi sul mare che sembra le isole Baleari), si appoggi su un’idea tecnico-stilistica oramai clamorosamente fuori mercato e non di certo richiesta dal pubblico a gran voce. È come se Cameron, a fine secolo, avesse avuto una visione e, mentre si è messo lì a svilupparla, tutto attorno a lui, a livello industriale, filosofico, tecnico, abbia cominciato improvvisamente ad accelerare, superandolo.