Quando 16 anni fa “Avatar” irruppe nelle sale di tutto il mondo, fu chiaro che a James Cameron non interessava più fare film, ma creare un suo mondo-cinema, che permettesse all’immagine di dominare il rapporto con lo spettatore. E forse è per questo che dopo tale portentosa epifania, ora questa fantastica avventura, giunta al terzo capitolo, a taluni può perfino sembrare noiosa e ripetitiva, avendo perso un po’ pigramente la suggestione. “Avatar – Fuoco e cenere”, a tre anni dal precedente “La via dell’acqua”, seduce ancora l’occhio come nient’altro, con uno stupore quasi magnetico per ogni azione, ogni paesaggio, ogni architettura, dimostrando come James Cameron oggi sia forse l’unico autore capace di dare ancora un senso esclusivo alla sala, confermando in modo coerente la filosofia che sta dietro a tutto il suo lavoro e la mitologia di quella parte di cosmo che si manifesta in Pandora, una delle lune del pianeta Polifemo. E d’altronde restano ancora intatti i grandi temi del pacifismo, dell’ecologia, del bisogno della famiglia, del rapporto padri/figli (qui ora nella dualità di naturale e adottivo), di una consapevolezza femminile di prendersi la storia (magnifico l’arrivo di Varang, guida del Popolo della Cenere, la cattivissima che spaventa e affascina), la maternità che qui giunge a compimento in contrasto con la morte (tema caro fin da “Terminator”); e come suggerisce il titolo, il tempo del misticismo e della fratellanza, la connessione con Eywa, la divinità che governa e protegge Pandora, sta ormai lasciando spazio a una violenza cieca, a una forza distruttrice, dove non è impossibile cogliere parallelismi con una realtà terrestre sempre più in subbuglio. Razzismo e odio, anche nelle zone “buone”, prendono il sopravvento. Il sotterraneo pessimismo che trova ragione in un’impasse ideologica evidente, non solo frutto di un riassesto generazionale, apre a Cameron la possibilità di una battaglia tumultuosa e cruenta (questa sì forse meno esaltante rispetto ai quadri di un Eden idilliaco e sbalorditivo), dove alla fine tutto resta sospeso, nonostante la profanazione del luogo sia ormai compiuta. Infatti tutti i colonelli Quaritch sono ancora in grado di oscurare la gioiosa intelligenza dei tulkun, la fragile bellezza dei Na’vi, il desiderio di Spider di trovare finalmente una vera famiglia e il dolore di Jake Sully di superare il ricordo del perduto figlio Neteyan. Ricco di suggestioni non solo cinefile (si pensi a tutta la prima parte che sembra riecheggiare “La carovana dei mormoni” di John Ford, in una discendenza western evidente), da vedere assolutamente in 3D e potendo in 48 fps (anziché i canonici 24), “Avatar – Fuoco e cenere” è l’ennesima dimostrazione di come il cinema possa coltivare ancora una forza inesauribile, affinché registi come Cameron sappiano esibirla. Voto: 8.
Avatar 3, la bellezza lascia il posto all'odio Le famiglie disintegrate di Jarmusch
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