Erano partiti con la speranza di trovare un lavoro dignitoso e si sono ritrovati a vestire una divisa dell’esercito russo e combattere in prima linea in Ucraina. Dopo settimane di notizie diffuse dai media internazionali, il ministero degli Esteri del Perù ha ufficializzato che quattro connazionali che si trovavano in Russia hanno contattato l’ambasciata per chiedere assistenza al fine di rimpatriare.
I quattro, alla fine, sono riusciti a rientrare, ma la vicenda riapre il tema dei peruviani attirati in Russia con offerte di lavoro e poi arruolati. Secondo le autorità di Lima, 11 connazionali sono morti, 114 risultano dispersi e tre sono prigionieri in Ucraina. In tutto, sarebbero 459 i peruviani finiti al fronte in Europa dell’Est.
Dall’inizio del 2026, come ha riportato l’agenzia Efe, si susseguono i raduni delle famiglie dinanzi all’ambasciata russa a Lima, chiedendo notizie dei loro cari, specialmente di coloro che sono stati feriti; sono state presentate denunce in merito a una possibile tratta di esseri umani. La questione dell’arruolamento all’estero è complessa e ruota attorno a falsi annunci di lavoro. Il Perù non soffre di un tasso di disoccupazione particolarmente elevato (tra il 6,5% e l’8%), ma ha penuria di assunzioni regolari e tutelate che offrano uno stipendio dignitoso. Si calcola che oltre il 70% degli occupati in realtà si muove in un ambito che non prevede copertura medica, contributi per la pensione e tutela sindacale.









