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Soldati russi fotografati durante i preparativi per la parata annuale della Giornata della Vittoria, a Mosca (Epa)
Lima, 28 giugno 2026 – Centinaia di cittadini peruviani sarebbero stati reclutati per combattere in prima linea tra le file russe in Ucraina: a rivelarlo è un’inchiesta giornalistica internazionale condotta dalla Cnn. Gli uomini – provenienti da contesti di profonda povertà – sarebbero approdati in Russia sotto la falsa promessa di impieghi civili ben retribuiti, come ad esempio cuochi o guardie giurate. Al loro arrivo a Mosca, tuttavia, sarebbero stati privati dei propri cellulari e obbligati a firmare contratti in lingua russa, senza possibilità di affidarsi a un traduttore. Dì lì a poco, gli orrori della guerra. A far conoscere queste tragiche storie sono proprio le famiglie dei malcapitati, che ormai da settimane organizzano sit-in e veglie sotto all’ambasciata russa a Lima e sotto alla sede del locale ministero degli Esteri. Tra di loro c’è Norma, il cui figlio 31enne è partito a fine gennaio con in tasca la prospettiva di lavorare come cuoco per l’esercito russo, impiego che gli avrebbe assicurato una via semplificata alla cittadinanza russa. Poche settimane dopo, il giovane ha cominciato a inviare alla madre video di se stesso in mimetica e con equipaggiamento da combattimento, mentre scavava trincee e costruiva bunker nell’Ucraina occupata; in sottofondo, il rumore dei droni che esplodevano. Norma non ha ricevuto più alcun messaggio dal figlio da aprile. È ormai noto che le forze russe tentino di adescare giovani in difficoltà economica, spesso provenienti da paesi con situazioni interne complesse: a gennaio la Bbc aveva raccontato la storia di Polina Azarnykh, a capo di un gruppo Telegram che si occupava di portare in Russia uomini siriani, egiziani e yemeniti sempre sotto la promessa di ottimi impieghi e di una rapida concessione della cittadinanza russa. L’emittente britannica aveva raccolto anche le testimonianze delle presunte vittime, come il 26enne Omar, che aveva raccontato di essere stato spedito al fronte ucraino contro la sua volontà. Al rifiuto di pagare una tangente di 3.000 dollari per evitargli il combattimento, Azarnykh avrebbe reagito bruciando il suo passaporto siriano. Nel caso dei giovani peruviani sarebbero coinvolti anche degli intermediari locali, come un ufficiale in riserva dell’esercito locale conosciuto con il soprannome di ‘Poncho’, in primis incaricati di parlare ai potenziali interessati dei vantaggi che un trasferimento in Russia avrebbe riservato loro: un bonus alla firma del contratto di lavoro pari a 20 mila dollari e stipendi mensili tra i 3.000 e i 4.000 dollari, sufficienti per permettersi una vita agiata a Mosca anche inviando ingenti somme ai parenti rimasti in Patria. Denaro che, tuttavia, i circa ottocento peruviani al fronte non avrebbero mai visto. Le autorità giudiziarie peruviane hanno aperto un’indagine sul caso, non escludendo di considerare questa attività di reclutamento come “tratta di esseri umani”. Il ministero degli Esteri ha confermato di aver inviato ben 247 richieste ufficiali di spiegazioni al governo russo, esigendo l’immediato rimpatrio dei propri concittadini. Mosca ha risposto dichiarando di “rispettare profondamente la decisione dei cittadini stranieri di partecipare alla difesa della sovranità e della sicurezza russa”, pur dicendosi disponibile ad effettuare ulteriori verifiche. Intanto i drammatici resoconti dei peruviani al fronte continuano ad arrivare. Sono in molti a parlare di fame, punizioni corporali dovute alla mancata comprensioni degli ordini impartiti esclusivamente in lingua russa e gravi ferite di arma da fuoco non curate. “Non ho via d’uscita, uscirò da qui solo morto o ucciso”, ha dichiarato una delle presunte vittime dell’adescamento. Stando ai giornalisti della Cnn, il margine di manovra per salvare i sopravvissuti è molto ristretto.







