Questo è un articolo del nuovo numero de Linkiesta Etc dedicato al tema dei limiti, disponibile in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.

Natante arenato, scattato nel 2019 nei fiordi dell’Islanda del Nord. Courtesy of Ascosi Lasciti

Il silenzio dell’Islanda è rotto solo dal vento pungente dell’Atlantico e dal crepitìo dei passi sul ferro arrugginito. Nel porto di Reykjavík è notte fonda. Un ragazzo cammina al buio sulle lamiere corrose, sospeso sull’acqua scura, di fronte alle sagome spettrali di due baleniere. Sono i relitti della flotta di Kristján Loftsson, il magnate della caccia alle balene, affondate negli Anni 80 dagli eco-attivisti di Sea Shepherd in quella che fu la loro prima, clamorosa, azione dimostrativa. Recuperate pochi giorni dopo l’attacco, le navi giacciono ancora lì, sorvegliate e interdette al pubblico. Ma il ragazzo non è in cerca di un tesoro, è in cerca di una storia.

L’Urbexing (o Urban Exploration) è l’arte di esplorare strutture abbandonate, spesso invisibili agli occhi della società moderna. Questa pratica nasce negli Anni 90 in Canada, a Toronto, grazie all’iniziativa del fotografo e scrittore Jeff Chapman, noto con lo pseudonimo di “Ninjalicious”. Chapman coniò il termine “Urbexing”nel 1996, lo stesso anno della pubblicazione del libro Access all areas: A user’s guide to the art of urban exploration, ma fu anche autore della rivista Infiltration, “la fanzine sull’andare in posti dove non dovresti andare”, che descriveva l’arte d’infiltrarsi in edifici inaccessibili al pubblico: tunnel, edifici abbandonati, fogne, tetti e piscine di alberghi abbandonati. Se l’Urbexing ha mosso i primi passi nelle metropoli canadesi, anche in Italia gli appassionati di questa disciplina hanno trovato un vero e proprio paradiso di archeologia.