Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 18:28

Lo sappiamo bene che nella nostra epoca (geologicamente mi sento di dire che siamo nell’Antropocene) spesso gli interventi sul territorio sono giustificati non tanto per il loro valore per la collettività, quanto perché creano lavoro. Ma altrettanto spesso questi interventi lasciano segni indelebili sul territorio stesso.

Questa è anche la storia della Cava di Lipari, una cava di un bianco abbacinante, una cava di pomice, visibile benissimo dal mare sia da nord, sia da est. Una cava che si è mangiata parecchi chilometri quadrati del Monte Pilato, un vulcano spento, dalle cui eruzioni nacquero i depositi di pomice, e le colate di ossidiana. La cava è “per Lipari una ferita clamorosa” come ricorda Pietro Lo Cascio, guida naturalistica dell’isola.

Ma qui si innesca l’altro elemento: per svariati decenni la cava ha costituito un’occasione di lavoro per un migliaio di abitanti dell’isola eoliana. Un lavoro duro: dura l’estrazione, ma duro soprattutto il trasporto per imbarcare i sacchi: anche cento tragitti al giorno dalla cava al mare con cento chili sulle spalle. Un lavoro peraltro anche ben remunerato, ma che è costato la salute e spesso anche la morte degli operai addetti all’estrazione. Molti per incidenti sul lavoro ma anche per la silicosi, causata dall’inalazione delle polveri.