Le chiedi della mattina maledetta di Genova, di quella giornata di pioggia e di rabbia e di macerie di otto anni fa esatti in Valpolcevera, e la sindaca Silvia Salis risponde parlando di «segni». Quelli rimasti per sempre in tutti i genovesi, non solo nelle vite di chi ha perso tutto o quasi nel crollo del ponte Morandi il 14 agosto 2018, e quelli che «vive tutti i giorni tutta la città», un motivo in più per continuare a chiedere «verità e giustizia per quanto accaduto». Quella di oggi sotto il viadotto che ha preso il posto del ponte che non c’è più, per Salis, sarà la seconda commemorazione del dramma da quando amministra la città, forse la più consapevole, di sicuro la più importante. «Da allora c’è un prima e un dopo», dice. E rispetto all’anno scorso, lei appena eletta alla guida di Palazzo Tursi, c’è una sentenza di primo grado a «iniziare a restituire dignità e certificare responsabilità che non potevano restare impunite, anche se le sentenze non cancellano l’orrore». Un tema di pratica e difesa della memoria, insomma, ma probabilmente non solo quella.
Nei prossimi mesi ci sarà da capire come proseguirà il processo diventato simbolo, per primi per i familiari delle vittime come per la stessa amministrazione, che si è costituita parte civile. «Oggi è stato riconosciuto il danno subito dalla città e il diritto a ottenere un congruo risarcimento in sede civile», faceva notare Salis il mese scorso, a commento della sentenza sul crollo. Oggi invece il tema è soprattutto come evitare «ci si dimentichi di quello che è stato in tutta la sua gravità», mettono in guardia i parenti delle 43 vittime del crollo ormai da tempo. Ecco il perché della scelta del Comune di iniziare le iniziative del ricordo già ieri, proprio in casa dell’amministrazione, a Tursi.










