Dopo il boom dei video virali e le polemiche sul rispetto della privacy, la tecnologia di riconoscimento facciale finisce sotto la lente, tra norme sul GDPR, ban delle piattaforme e proliferare di app-clone

Da qualche giorno sui social circolano video che mostrano come, attraverso una semplice foto, sia possibile risalire all’identità di una persona incontrata per strada. In che modo? Con Sherlock, un’applicazione per iPhone che sfrutta la ricerca facciale per individuare possibili corrispondenze tra il volto fotografato e le immagini disponibili online. Nei video il meccanismo viene spesso presentato come un gioco: si scatta una foto a uno sconosciuto, la si carica sull’app e in pochi istanti compaiono nomi, fotografie e profili social che potrebbero appartenere alla persona cercata. Il trend è diventato rapidamente virale, ma dietro la curiosità per questa tecnologia si apre una domanda molto spinosa: quanto è lecito identificare qualcuno senza il suo consenso? Infatti l’app, che fino a pochi giorni fa era disponibile solo per iPhone negli Stati Uniti, oggi non lo è più.

Il funzionamento dell’applicazione è simile a quello di altri servizi di ricerca inversa facciale: l’immagine viene confrontata con fotografie presenti su pagine pubbliche e il sistema restituisce possibili corrispondenze, spesso accompagnate da un punteggio di somiglianza. Tra i risultati sono comparsi account presenti su piattaforme come LinkedIn, Facebook, Threads, Pinterest e Quora. Non significa però che l’app abbia trovato con certezza quella persona: anche immagini di persone diverse possono essere considerate compatibili e i risultati vanno verificati.