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Si chiude l’ultimo capitolo di un braccio di ferro tecnico che dura da anni. I content blocker tradizionali nacquero in un web dove banner, script pubblicitari e tracker risultavano spesso abbastanza semplici da riconoscere attraverso URL, domini, classi CSS o strutture HTML relativamente stabili. Facebook rappresenta un esempio a parte: inserzioni e post normali convivono nello stesso feed, condividono buona parte della struttura della pagina e il codice che li distingue può cambiare rapidamente. Per un progetto open source mantenuto da un numero limitato di persone, inseguire ogni variazione finisce per assorbire una quantità di lavoro sproporzionata.
È quanto successo uBlock Origin (abbreviato, uBO) che alza bandiera bianca e dichiara di non essere più in grado di dedicare continuamente risorse alla battaglia contro gli annunci pubblicitari di Facebook. Il cambiamento riguarda soprattutto la manutenzione futura: quando Meta modificherà nuovamente il codice delle pagine per aggirare le regole correnti, i contributor di uBO non promettono più di intervenire ogni volta con una nuova contromossa.






