Il boom degli accordi sui farmaci sviluppati in Cina accende l’attenzione del Congresso americano. Con il Biotech investment national security act Washington vuole sottoporre a maggiore scrutinio licensing e investimenti nel biotech cinese

Nel primo semestre del 2026 gli accordi di out-licensing globali dei farmaci innovativi sviluppati in Cina, secondo fonti statali di Pechino (dati dell’Amministrazione nazionale dei medicinali citati dalla Cctv), avrebbero raggiunto un valore potenziale di circa 110 miliardi di dollari, distribuiti su 81 operazioni. Una cifra pari, in appena sei mesi, a circa l’80% del totale registrato nell’intero 2025. Per le aziende farmaceutiche occidentali, alle prese anche con la scadenza dei brevetti di molti blockbuster – per un valore di circa 200 miliardi di dollari entro la fine del decennio, secondo fonti citate da Reuters – le pipeline cinesi sono diventate una fonte sempre più importante di nuovi asset. Un contesto che ha destato preoccupazioni a Washington, che ora prende nota e prova ad agire.

La mossa del Congresso

Il Biotech investment national security act (Binsa) nasce alla Camera, dove è stato presentato a giugno in forma bipartisan, e proprio la scorsa settimana è arrivato anche al Senato con l’iniziativa della democratica Elissa Slotkin e del repubblicano Pete Ricketts. Un passaggio che dà maggiore peso politico a una proposta destinata a intervenire su rapporti economici ormai centrali per l’industria farmaceutica americana.