La crescita delle biotecnologie cinesi divide l’industria americana tra chi invoca nuove restrizioni e chi teme conseguenze per aziende e pazienti

La rapida avanzata della Cina nelle biotecnologie sta dividendo la comunità statunitense delle life science. Questo è quanto sembra emergere da un’analisi di Axios, che ricostruisce il confronto tra chi chiede misure più protezionistiche per preservare la leadership americana e chi teme che limitare i rapporti con l’ecosistema cinese possa danneggiare l’industria e, soprattutto, i pazienti.

Alla base della discussione c’è una realtà ormai difficile da ignorare, condurre le prime fasi dello sviluppo di un farmaco è spesso più rapido e meno costoso in Cina che negli Stati Uniti. Una convenienza che si riflette nelle strategie delle grandi aziende farmaceutiche occidentali, sempre più interessate ad acquisire o ottenere in licenza molecole sviluppate dalle biotech cinesi.

Secondo le stime di Evaluate riportate dalla testata statunitense, gli asset di origine cinese potrebbero rappresentare quest’anno oltre due terzi del valore complessivo degli accordi dell’industria, rispetto al 42% dello scorso anno e ad appena il 5% di cinque anni fa. Per i sostenitori di una linea più restrittiva, questo spostamento di capitali rischia di indebolire progressivamente la base biotech americana, privando le realtà più innovative delle risorse necessarie per sviluppare tecnologie di frontiera e favorendo il trasferimento verso la Cina di competenze strategiche. La posizione opposta è che l’origine geografica di un farmaco non dovrebbe prevalere sul suo potenziale terapeutico: impedire alle aziende statunitensi di accedere alla ricerca cinese non ne arresterebbe lo sviluppo, ma potrebbe lasciare a Pechino un maggiore controllo sulle nuove terapie e sulla loro distribuzione nei mercati internazionali.