Nel Medioevo anche una cucina poteva essere una macchina del potere. Quella del vescovo di Luni, ricostruita dalla storica medievalista Enrica Salvatori nel libro ‘Il fegato del Vescovo’, racconta infatti molto più di ciò che arrivava sulla tavola: mansioni, retribuzioni, approvvigionamenti e regole del servizio descrivono l’organizzazione di una corte e le gerarchie che la governavano. È questo il tema della conferenza che Salvatori terrà stasera, alle 21.15, al Museo del Castello San Giorgio, nell’ambito della rassegna ‘Notti al Castello’, in un’iniziativa realizzata con la Società Storica Spezzina, ad ingresso libero. Al centro della ricerca c’è un decreto vescovile del 1188 conservato nel Codice Pelavicino, che stabiliva con precisione compiti e spettanze del personale. Il documento risale agli anni in cui il vescovo Pietro, investito del titolo di conte del Comitato lunense dall’imperatore Federico Barbarossa, cercava di consolidare il proprio potere temporale nella Val di Magra e nella bassa Lunigiana. La cucina, in questo quadro, era uno spazio nel quale il rango veniva organizzato e reso visibile attraverso il cibo, il servizio e la distribuzione dei compiti. "La cucina che descrive il documento non è mero servizio: è spazio di rappresentazione gerarchica", osserva Salvatori. Il decreto distingue cuochi, panettieri, addetti ai frutti e portatori d’acqua. Quattro poderi si alternavano ogni settimana per garantire il personale, mentre le derrate arrivavano dalle diverse curie. Ai pistores spettavano gli alimenti preparati con la pasta, ai cortesiani quelli gli ortaggi e agli aquaroli la distribuzione dell’acqua. La regolamentazione del 1188 mostra quindi una corte che aveva bisogno di una struttura stabile e proporzionata all’autorità.
Un tuffo nella cucina medievale. Salvatori e ’Il fegato del Vescovo’
Nel Medioevo anche una cucina poteva essere una macchina del potere. Quella del vescovo di Luni, ricostruita dalla storica...







