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Jorge Messi non è stato solo il papà di Lionel, il calciatore più talentuoso dell’ultimo ventennio. No, per “Leo” ha rappresentato molto di più: il primo allenatore a Rosario, il critico più severo dopo ogni partita da bambino, la persona che più ha creduto e investito sulle sue doti nonostante il deficit dell’ormone della crescita sembrava poter preannunciare la fine ancor prima dell’inizio. E poi, ancora, il suo agente, il suo consigliere, il gestore dell’azienda di famiglia. Il suo primo tifoso. La sua guida spirituale. È per questo che il capitano dell’Albiceleste, affidando i suoi sentimenti a una lettera pubblicata sui propri canali social, si dice affranto e medita l’addio al calcio giocato: “Non so cosa farò senza di te, non so come farò a continuare. Dubito che riesca a giocare per tanto tempo ancora. Mi sei stato accanto dall’inizio, mancava così poco alla fine”. Una domanda al destino, forse a Dio, essendo credente: “Perché non hai resistito questo ‘poco’ per finire insieme?”.
Jorge aveva 68 anni, ed è morto lo scorso 8 agosto a Rosario, terra natale, dopo una lunga malattia debilitante. Lionel Messi, quasi sempre in lacrime alla fine delle partite dei Mondiali estivi giocati in USA, Messico e Canada, nella lettera ha voluto rivelare anche le ragioni della sua commozione: “Ogni volta che finiva una partita aspettavo un tuo messaggio, che però non arrivava. Lì mi sono reso conto che la situazione era davvero brutta. Però speravo che arrivando il più lontano possibile nella competizione ti avrei dato il tempo di vedere una partita dal vivo. Siamo arrivati alla finale e non ci sei potuto essere. Allora volevo vincerla per portartela e mostrartene un’altra. Ma le gambe non giravano più: stavolta ho provato ad andare oltre il mio fisico, ma non ce l’ho fatta. Non mi sono mai sentito bene”.










