Dalle antiche rotte marittime alla conservazione dei templi, India e Sud-est asiatico continuano a condividere un patrimonio culturale costruito nell’arco di millenni. Amish Tripathi, autore bestseller e pluripremiato, conduttore e produttore di videogiochi, racconta una relazione che continua a rinnovarsi nel presente
La Festa dell’Indipendenza dell’India non è soltanto una celebrazione della nostra libertà; è anche un’occasione per ricordare che la storia dell’India non è mai stata confinata entro i confini del subcontinente. Per millenni, le idee, i poemi epici e l’estetica della civiltà indiana hanno viaggiato con i venti monsonici, accompagnato i pellegrini e seguito i mercanti verso le terre del Sud-est asiatico. Oggi, mentre celebriamo il 15 agosto, celebriamo anche questo viaggio di civiltà condiviso con Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia, Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar, un ponte vivo e pulsante tra i nostri popoli.
Un ponte di civiltà attraverso i mari
Nella tradizione indiana, uno yatra non è mai soltanto un viaggio fisico; è un viaggio dell’anima. Uno di questi viaggi vive ancora nella memoria dell’India orientale: lo storico Bali Yatra di Kalinga, nell’odierno Odisha. Ogni anno, sulle rive del Mahanadi, le persone affidano all’acqua piccole imbarcazioni per commemorare gli antichi marinai che salpavano verso Bali e oltre, portando con sé tessuti, spezie e storie. Non partivano soltanto come mercanti; partivano come narratori del Ramayana e del Mahabharata, come costruttori di templi, come portatori dell’idea che il Divino risieda in tutto il creato. Secoli dopo, quando attraversiamo i villaggi di Bali e vediamo i santuari induisti, quando ascoltiamo le storie del Ramayana intrecciarsi alle arti locali, ci rendiamo conto che questo ponte marittimo non si è mai veramente spezzato. Ha semplicemente cambiato forma.






