Scegliere la via del nuovo stadio abbandonando il restyling del Dall’Ara impone una doppia sfida, per l’architetto e designer bolognese Massimo Iosa Ghini: «Far sì che la struttura nascente sia integrata nel quartiere, quasi invisibile all’occhio; e garantire un futuro al Dall’Ara che lo restituisca alla città e ai residenti della zona».

Anche senza calcio, il Dall’Ara non si tocca, quindi?

«Si può toccare, ma non snaturare. Ad esempio, se dal punto di vista tecnico si presterebbe a un’operazione come quella fatta a Highbury a Londra trasformandolo a uso residenziale, seguire quell’esempio sarebbe un errore. Non si può fare di un monumento della città un’operazione speculativa ed economica, qualsiasi intervento deve avere un valore sociale, diretto a chi vive il quartiere. Ed essere frutto di un concorso di idee, come propone il Comune. Idee che devono essere indirizzate prima e filtrate poi da chi conosce e vive la realtà bolognese».

Lei cosa proporrebbe?

«È necessaria una rigenerazione mista, su una superficie come il Dall’Ara non si può pensare a un uso unico, come lo stadio del rugby e basta. È una struttura che vive dentro al quartiere ma ora di fatto al quartiere è chiusa, deve aprirsi e diventare un luogo di riferimento per i residenti. Piscina, palestre e associazioni sportive, certo, ma anche altri servizi al cittadino. Il campo e la parte esterna possono ospitare sport di vario tipo, quella coperta non solo le palestre ma anche uffici e attività di prossimità. E visto che anche il museo del Bologna calcio ha senso si trasferisca assieme alla squadra, serve legarsi ad altri sport, e punterei sulla Motor Valley».