Le iniziative dell’intelligence verso i giovani non mancano, ma resta scoperta la fascia dei giovani adulti. La sfida non è comunicare di più, bensì rendere la sicurezza nazionale oggetto di interesse culturale e personale. La riflessione di Andrea Bardazzi, presidente della Sezione giovani della Socint

Nel 2000, in un saggio pubblicato su Per Aspera ad Veritatem, Mario Caligiuri poneva una domanda destinata a riproporsi, ossia se l’intelligence avesse un problema di comunicazione istituzionale. Poteva un’istituzione fondata sul segreto sviluppare una dimensione pubblica verso cittadini e mondo della cultura? Esaurita la grammatica della Guerra fredda e l’architettura del 1977, l’intelligence doveva ormai misurarsi con criminalità transnazionale, internet, competizione geoeconomica ed energetica. Sette anni dopo, la riforma del 2007 avrebbe dato una cornice giuridica a questi cambiamenti, iscrivendo nella legge anche la promozione di una cultura della sicurezza.

Il punto non è delimitare cosa ricada sotto la parola sicurezza, ma stabilire piuttosto cosa significhi promuovere una cultura. Oggi come allora, la questione si riapre di fronte a nuovi cambiamenti: guerra cognitiva, cybercrimine, intelligenza artificiale, egemonia dei nuovi media. Internet non è più un dominio fra tanti ma l’infrastruttura ordinaria dell’informazione, e la competizione strategica si è spostata su percezione, fiducia, educazione e capacità di giudizio. Se questo è vero, i giovani non sono più un pubblico tra gli altri, poiché abitano nativamente gli ambienti in cui quelle minacce si manifestano. E la domanda da porsi oggi è se esista un problema di comunicazione istituzionale tra intelligence e nuove generazioni.