La tanto vituperata Spagna ha gestito il proprio Pnrr da manuale, valutando volta per volta la specifica convenienza delle proposte della Commissione e, infine, rinunciando a circa il 75% dei prestiti di Bruxelles (solo 21,5 su 83 miliardi inizialmente prenotati), facendo invece il pieno dei sussidi (circa 80 miliardi).

Le differenze tra il piano italiano e spagnolo

È quanto emerge dalle decisioni comunicate dalla Commissione lo scorso venerdì, quando nello stesso giorno, da Bruxelles, è giunta l’approvazione dell’ottava (!) proposta di revisione del piano italiano presentato nel lontano luglio 2021 e la nona (!) proposta di revisione dello stesso piano presentato dalla Spagna.

Per entrambe, si tratta dell’ultima revisione prima del termine del 31 agosto fissato per il conseguimento di tutti i traguardi e obiettivi e la loro rendicontazione, per poi ricevere i pagamenti a saldo entro fine anno. Ora sarà il consiglio Ecofin ad adottare una formale decisione basata sulla proposta della Commissione.

Le due revisioni hanno una essenziale e decisiva differenza: la proposta italiana non ha riguardato le cifre in discussione (72 miliardi di sussidi e 122 miliardi di prestiti), ma si è limitata a un sostanzioso rimpasto che ha riguardato ben 118 tra traguardi e obiettivi, di cui 93 sono stati modificati o parzialmente sostituiti per renderli ancora conseguibili; da Madrid, invece, hanno gettato la spugna e, intervenendo su 96 misure, hanno preso atto che è inutile spendere soldi, ad esempio, in incentivi per la digitalizzazione o per il ventura capital per i quali la domanda è praticamente nulla, oppure in incentivi per l’auto elettrica o, ancora, in strumenti di promozione dell’edilizia sociale per i quali gli enti locali non hanno mostrato interesse.