Quando si parla del governo politico ed amministrativo di una grande città, come ad esempio Torino, ci si sofferma - e anche giustamente - sul nome e cognome del candidato a sindaco e sulla coalizione che lo sostiene. In sè, non si può contestare questa lettura. Politica, culturale e anche di natura programmatica. Ma c’è un aspetto che non può e non deve essere sottovalutato o ridimensionato. Che riguarda direttamente, se non quasi esclusivamente, chi si candida a governare una città. E cioè, parlo del profilo concreto del candidato a sindaco. Certo, è fondamentale conoscere la sua cultura di provenienza, la sua professione prima dell’impegno politico ed amministrativo, la sua “visione” di città e anche, e soprattutto, con chi intende perseguire - ovvero la sua squadra - quel disegno politico sul futuro della città stessa. Ma è indubbio che, al di là di queste precondizioni - peraltro necessarie ed indispensabili - non è affatto da trascurare la natura o il profilo “pragmatico” che deve caratterizzare un sindaco. Qualsiasi sindaco. Di un piccolo Comune o di una grande città. Direi quasi un sano ed efficace pragmatismo, alieno da qualsiasi condizionamento ideologico e del tutto estraneo rispetto ad una concezione inficiata da dogmi culturali, da pregiudiziali politiche o, peggio ancora, da pregiudizi di natura personale. E questo perchè un credibile, trasparente ed efficace pragmatismo è, forse, oggi l’unica condizione che permette ad un amministratore pubblico di poter gestire dignitosamente una amministrazione e, di conseguenza, una grande città.