Se chiedi a un trentenne chi sia Monica Vitti, è probabile che non l'abbia mai sentita nominare. O forse ricorda solo la doppia citazione che ne fece la serie Hbo, The White Lotus 2: da una parte, Jennifer Coolidge la imitava con un mix di sensualità e malinconia e dall'altra, Aubrey Plaza, la rievocava nel personaggio dell'americana accerchiata da sguardi maschili nella piazza barocca di Noto. Questa scena replica fedelmente uno dei momenti più intensi de L'avventura di Antonioni, che catapultò la Vitti sulle prime pagine di tutto il mondo, dopo i fischi e gli sberleffi della première a Cannes nel 60.
La proiezione del film, rivalutato presto come uno dei più importanti della storia del cinema, è uno degli eventi della prima retrospettiva inglese dedicata all'attrice al British Film Institute di Londra: Monica Vitti: forza creativa (in collaborazione con Cinecittà), inclusi alcuni restauri in 4k. «Da noi lei è nota come l'enigmatica attrice di Antonioni, ma ora vogliamo mostrare al pubblico inglese il suo talento comico, sconosciuto fuori dall'Italia», dichiara la curatrice Catherine O'Rawe che la definisce «molto più di una semplice musa del grande regista ferrarese». GLI INIZI Prima di incontrarlo, gli inizi della Vitti erano stati difficili. All'Accademia le dissero che non avrebbe potuto fare l'attrice, la voce roca era quasi afona. Davanti alla sua minaccia di buttarsi sotto un tram, si arresero. In un'intervista del 79 a Vogue dichiarò: «Ai provini dicevano che avevo un viso irregolare e che ero troppo alta e magra. Un regista voleva che facessi un intervento di chirurgia estetica. Tornai a fare teatro». La svolta, in una sala di doppiaggio. Antonioni la nota per la sua nuca: «Dovresti recitare al cinema», le disse. «Di spalle?» rispose lei. Era nato così un grande sodalizio nella vita e sul set che si può paragonare a quello fra Josef von Sternberg e Marlene Dietrich o Jean-Luc Godard e Anna Karina. La Vitti divenne il volto dell'«incomunicabilità», etichetta un po' astrusa per definire i sintomi di una società in tumultuosa trasformazione dopo il boom. In varie interviste lei avrebbe confessato che «erano parolacce da intellettuali, io volevo solo fare l'attrice».Già allora sorgeva la domanda: Monica era un modello raffinato di alienazione borghese o un'attrice che sopportava le ossessioni del suo regista, ma voleva anche fare altro? Forse lei non somigliava affatto al fantasma che era stato creato per lo schermo. Quando girò in Inghilterra nel 65 Modesty Blaise, il regista, Joseph Losey, notò che l'influenza di Antonioni era soffocante e non le permetteva di essere sé stessa, tanto che lui si presentava sul set per darle suggerimenti, prima che Losey lo allontanasse. Il film fu un fallimento, anche per le liti fra regista e attrice che detestava il suo naso e non voleva essere ripresa di profilo, ma la aiutò comunque a ridefinire la sua immagine e ad allontanarsi dal cliché antonioniano.Vogue nel 1966 scrisse che la Vitti aveva "detronizzato" figure del calibro di Audrey Hepburn e Brigitte Bardot, proponendo un modello di fascino femminile indipendente, quasi americano, abbinato a una «carnagione rosa e bianca e a luminosi occhi color ambra che evocano l'essenza delle nebbie inglesi e della panna del Devonshire». L'idea di diventare icona sexy non la sfiorava, per quello c'erano le maggiorate 90-60-90: «Non credo che un'attrice raggiunga la sensualità spogliandosi. Spogliarsi è come fare sesso, non va sprecato. E poi, la mia pelle diventa rossa e mi vengono delle macchie», disse al New York Times. Nel 1967 si separò da Antonioni, invaghitosi di Vanessa Redgrave e sempre più identificato con l'immagine dell'intellettuale pensoso, mentre lei rovesciò il carattere delle sue interpretazioni scegliendo la commedia, a partire da La ragazza con la pistola, scritto dal grande Rodolfo Sonego, che dichiarò: «Monica era uno spasso anche fuori dal set, scarmigliata e senza trucco, sovente inciampava e ci lasciava i tacchi». Fu anche un punto di riferimento per il pubblico femminile dell'epoca e difese sempre il suo status di single senza figli: «Io ho ancora bisogno dei genitori», sentenziava. E non voleva essere una diva: «Avrei paura a vivere come Sophia Loren, isolata, con le alte mura che circondano la sua villa, io voglio stare tra la gente». MANIACALE Sul lavoro era maniacale. «Quando sarò morta chi si ricorderà se ero una rompiscatole? Ma almeno i miei film saranno a regola d'arte», diceva al collaboratore di una vita, Tonino Mosciarello. «Con la sua fame atavica, allegra e vorace che l'ha vista in molte scene dei film divorare fettuccine, abbacchio e minestroni ha rappresentato la folle scorpacciata di un Paese in via di industrializzazione», sintetizzò il critico Mario Sesti. Anche Woody Allen ha amato le sue commedie, tanto che Mia Farrow la imitò esplicitamente in Broadway Danny Rose, con un personaggio dai grandi occhiali, i capelli voluminosi e un'endemica capacità di coinvolgere gli altri nei propri casini. Quando le chiedevano quale fosse il segreto della sua comicità, Monica non aveva dubbi: «La ribellione di fronte all'angoscia, alla tristezza e alla malinconia della vita».










