18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, esplode una catasta di residuati bellici, mine antisbarco e bombe antisommergibile che da mesi giacciono incustodite ai bordi dell’arenile. È domenica, la spiaggia è gremita di italiani che prendono il sole o che seguono le gare natatorie organizzate dai canottieri della “Pietas Julia”. Non si tratta di una semplice manifestazione sportiva, ma di una affermazione di “italianità”, come l’ha reclamizzata il quotidiano cittadino, “L’Arena di Pola”. Con la fine del conflitto tutta l’Istria è stata occupata dalle truppe del maresciallo Tito: solo Pola è rimasta provvisoriamente sotto controllo inglese, una enclave ai margini della Jugoslavia comunista. Il destino della città, abitata da oltre 30mila italiani, sarà decisa alla conferenza di pace di Parigi: la presenza popolare del 18 agosto vuole essere simbolo di appartenenza nazionale, a metà strada tra la festa sportiva e la mobilitazione politica. Alle 14.15, improvvisa, la tragedia: gli ordigni esplodono nel fragore di un boato, i corpi vengono scagliati in ogni direzione, dappertutto sangue e lamenti. Nell’ospedale di Pola diventa eroe involontario il dottor Geppino Micheletti, che si prodiga con i feriti nonostante i suoi due figli siano tra le vittime. I numeri esatti mancano ancora oggi, ottant’anni dopo: 65 morti vengono identificati, ma i resti trovati appartengono a oltre cento diversi cadaveri. I feriti sono 211. È la strage più drammatica dell’Italia repubblicana. Chi ha innescato gli ordigni? Gli esperti militari inglesi escludono che l’esplosione sia stata accidentale, ma non individuano né un responsabile, né i mandanti. Per gli italiani di Pola, invece, è tutto chiaro: la strage è di matrice slava, l’innesco è avvenuto da parte di qualche partigiano di Tito per intimidire la comunità italiana e costringerla ad abbandonare la città. È una spiegazione probabile, anche se non ci sono prove e, da storici, non lo si può affermare. Ma poco cambia, perché “così” è stata percepita dalla comunità polese: un attacco alla propria presenza nazionale, nel contesto della “slavizzazione” della frontiera adriatica perseguito con le violenze di fine guerra. Da Pola gli Italiani se ne vanno: quando il trattato di pace del 10 febbraio 1947 sancisce che la città diventa territorio jugoslavo, l’esodo coinvolge il 90% degli abitanti. E Pola diventa “Pula”, in croato. Vergarolla è una storia dimenticata, la cui memoria è stata custodita per decenni solo dai sopravvissuti e dai loro discendenti. La storia della frontiera adriatica, con le foibe e l’esodo giuliano-dalmata, è stata argomento scomodo per tante ragioni. A livello internazionale, perché dopo la rottura tra Tito e Stalin non bisognava mettere in difficoltà un interlocutore con domande imbarazzanti sul passato; a livello di partito, perché Il Partito comunista di Togliatti aveva strizzato l’occhio all’annessione di quelle terre al socialismo titino; a livello di rielaborazione dell’identità nazionale, perché dopo il 1945 l’Italia ha finto di aver vinto una guerra che aveva perso e infoibati ed esuli erano la prova evidente che l’autorappresentazione come vincitori non reggeva. Di qui silenzi da una parte e manipolazioni dall’altra, con una tragedia sottratta alla conoscenza e trasformata in oggetto di contesa ideologica. Dall’istituzione della giornata del ricordo, nel 2004, l’atmosfera è progressivamente cambiata e anche la strage di Vergarolla è stata liberata dalle amnesie. La tragedia viene ricordata a Pola con cerimonie comuni; nello scorso maggio, a Torino, è stato intitolato uno spazio pubblico alle vittime (corso Belgio angolo Lungo Po Antonelli); quest’anno ci sarà la solennità dell’80°, con autorità italiane e croate ai massimi livelli. Parlare di “memoria condivisa” è storicamente improprio, perché ogni popolo conserva la propria memoria: ma si può giungere alle “memorie riconosciute”, in cui ognuno ricordi le offese subite e le vergogne inflitte. In questa prospettiva, Vergarolla è una pagina che va studiata e fatta conoscere.
La strage di Vergarolla e le memorie riconosciute, se non condivise
18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, esplode una catasta di residuati bellici, mine antisbarco e bombe antisommergibile che da mesi giacciono incustodite ai bordi dell’arenile. È domenica, la spiaggia è gremita di italiani che prendono il sole o che seguono le gare natatorie organizzate dai canottieri della “Pietas Julia”. Non si tratta di una semplice manifestazione sportiva, ma di una affermazione di “italianità”, come l’ha reclamizzata il quotidiano cittadino, “L’Arena di Pola”. Con la fine del conflitto tutta l’Istria è stata occupata dalle truppe del maresciallo Tito: solo Pola è rimasta provvisoriamente sotto controllo inglese, una enclave ai margini della Jugoslavia comunista. Il destino della città, abitata da oltre 30mila italiani, sarà decisa alla conferenza di pace di Parigi: la presenza popolare del 18 agosto vuole essere simbolo di appartenenza nazionale, a metà strada tra la festa sportiva e la mobilitazione politica. Alle 14.15, improvvisa, la tragedia: gli ordigni esplodono nel fragore di un boato, i corpi vengono scagliati in ogni direzione, dappertutto sangue e lamenti. Nell’ospedale di Pola diventa eroe involontario il dottor Geppino Micheletti, che si prodiga con i feriti nonostante i suoi due figli siano tra le vittime. I numeri esatti mancano ancora oggi, ottant’anni dopo: 65 morti vengono identificati, ma i resti trovati appartengono a oltre cento diversi cadaveri. I feriti sono 211. È la strage più drammatica dell’Italia repubblicana. Chi ha innescato gli ordigni? Gli esperti militari inglesi escludono che l’esplosione sia stata accidentale, ma non individuano né un responsabile, né i mandanti. Per gli italiani di Pola, invece, è tutto chiaro: la strage è di matrice slava, l’innesco è avvenuto da parte di qualche partigiano di Tito per intimidire la comunità italiana e costringerla ad abbandonare la città. È una spiegazione probabile, anche se non ci sono prove e, da storici, non lo si può affermare. Ma poco cambia, perché “così” è stata percepita dalla comunità polese: un attacco alla propria presenza nazionale, nel contesto della “slavizzazione” della frontiera adriatica perseguito con le violenze di fine guerra. Da Pola gli Italiani se ne vanno: quando il trattato di pace del 10 febbraio 1947 sancisce che la città diventa territorio jugoslavo, l’esodo coinvolge il 90% degli abitanti. E Pola diventa “Pula”, in croato. Vergarolla è una storia dimenticata, la cui memoria è stata custodita per decenni solo dai sopravvissuti e dai loro discendenti. La storia della frontiera adriatica, con le foibe e l’esodo giuliano-dalmata, è stata argomento scomodo per tante ragioni. A livello internazionale, perché dopo la rottura tra Tito e Stalin non bisognava mettere in difficoltà un interlocutore con domande imbarazzanti sul passato; a livello di partito, perché Il Partito comunista di Togliatti aveva strizzato l’occhio all’annessione di quelle terre al socialismo titino; a livello di rielaborazione dell’identità nazionale, perché dopo il 1945 l’Italia ha finto di aver vinto una guerra che aveva perso e infoibati ed esuli erano la prova evidente che l’autorappresentazione come vincitori non reggeva. Di qui silenzi da una parte e manipolazioni dall’altra, con una tragedia sottratta alla conoscenza e trasformata in oggetto di contesa ideologica. Dall’istituzione della giornata del ricordo, nel 2004, l’atmosfera è progressivamente cambiata e anche la strage di Vergarolla è stata liberata dalle amnesie. La tragedia viene ricordata a Pola con cerimonie comuni; nello scorso maggio, a Torino, è stato intitolato uno spazio pubblico alle vittime (corso Belgio angolo Lungo Po Antonelli); quest’anno ci sarà la solennità dell’80°, con autorità italiane e croate ai massimi livelli. Parlare di “memoria condivisa” è storicamente improprio, perché ogni popolo conserva la propria memoria: ma si può giungere alle “memorie riconosciute”, in cui ognuno ricordi le offese subite e le vergogne inflitte. In questa prospettiva, Vergarolla è una pagina che va studiata e fatta conoscere.






