Si al divieto di burqa se mina il «vivere sociale». È quanto risulta da una panoramica delle sentenze dei giudici italiani ed europei, che si sono pronunciati in casi in cui le parti in conflitto erano – da un lato - stati/autorità pubbliche/datori di lavoro, che hanno messo il divieto di indossare certi tipi di indumenti, e – dall’altro lato - persone che volevano indossarli per motivi religiosi. Un tema tornato di grande attualità con l’annuncio del ministro dell’istruzione Valditara di voler prevedere il divieto di burqa e niqab nelle scuole italiane: la nroma dovrebbe vedere la luce a settembre.
Il divieto generalizzato per ragioni di sicurezza pubblica è stato bocciato in Italia dal Consiglio di Stato (sentenza n. 3076/2008). Peraltro, la bocciatura non è stata totale. Anzi, lo stesso Consiglio di Stato ha scritto che bisogna lasciare una porta aperta a leggi/regolamenti, che dispongano divieti ragionevoli e giustificati sulla base di specifiche e settoriali esigenze. Approfondendo questa impostazione, vengono in considerazione le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), che ragionano sul concetto di «vivere insieme» (sentenze dell’11 luglio 2017 nel ricorso n. 37798/13 e del 1° luglio 2014 nel ricorso n. 43835/11). La logica seguita dalla Cedu sottolinea che indossare determinati indumenti potrebbe impedire di avere relazioni interpersonali aperte e violare il diritto degli altri (quelli che non indossano il burqa) a vivere in uno spazio condiviso di socializzazione.









