C’è una commedia che nella Silicon Valley conoscono a memoria e che mettono in scena ogni volta che devono venderci un nuovo prodotto: travestire una banale corsa ai profitti da grande rivoluzione per il bene dell’umanità. L’ultimo ad andare in scena è Mark Zuckerberg con un polpettone da 6.500 parole in cui ci promette un futuro fantastico. Un mondo in cui ognuno di noi avrà in tasca il suo assistente virtuale personale, capace di regalarci “superpoteri”, farci da professore universitario e persino da consulente di vita.

Per commuoverci e farci sentire tutti sulla stessa barca, il proprietario di Meta ci infila pure la figlia di 8 anni, presentata come un piccolo prodigio già capace di montare video e programmare al computer grazie ai nuovi software di papà.

È la solita favola a lieto fine, buona per gli spot pubblicitari, che ci propina ben altro dalla realtà e cioè che mentre noi sogniamo i superpoteri, loro incassano i soldi veri e a noi restano i problemi.

Meta, lavoratori discriminati dall’algoritmo

Dietro questa bella maschera da Babbo Natale della tecnologia che regala i suoi programmi a tutti (attraverso il famoso open source, cioè rilasciando il codice dei software gratis e usabile da chiunque), la realtà è molto più spicciola: Meta è in ritardo clamoroso rispetto ai suoi rivali. E per recuperare terreno ha deciso di regalare le sue tecnologie, scaricando però su di noi e sulla collettività tutti i rischi legati alla sicurezza.