«Sarò arrestato per qualche anno, è molto facile. Sono sicuri che io ho messo questa bomba per questo mio amico. La loro idea è che io l'ho fatto per aiutarlo e non per ucciderlo».È passato poco più di un mese da quando Valter Lavitola, all'indomani della perquisizione in casa sua, veniva intercettato mentre parlava al telefono in portoghese con una donna che chiamava "meu amor". Ieri mattina le sue previsioni si sono avverate quando i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati hanno bussato alla sua porta per condurlo in carcere. L'ex giornalista ed editore è accusato dai pm della Dda capitolina di aver pianificato l'attentato a Sigfrido Ranucci dello scorso 16 ottobre fuori alla sua abitazione di Pomezia, grazie all'aiuto del suo factotum, il cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares, nei confronti del quale è stato spiccato un mandato di arresto. L'uomo è attualmente ricercato e si trova in Africa: sarebbe lui l'intermediario con i 4 esecutori dell'attentato.

Nei confronti di Lavitola e del suo braccio destro, così come per la banda irpina che ha materialmente piazzato l'ordigno composto da gelatina per cava, è contestata l'aggravante del metodo mafioso. Secondo la Procura, il movente dell'attentato va ricercato nell'«ambizioso progetto» di Lavitola di lanciare Ranucci in politica. E, di conseguenza, di ritagliare per sé un ruolo di primissimo piano. «Allo stato - sottolinea il gip Iole Moricca nell'ordinanza - non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d'accordo con Lavitola». Una foto ritrae il conduttore di Report insieme ai due indagati nel 2022, a dimostrazione che comunque Ranucci conosceva anche Tavares. Secondo il gip, l'ex editore ha effettuato un primo sopralluogo da solo a casa del conduttore lo scorso 7 settembre. Poi il 15 dello stesso mese sarebbe tornato lì con Tavares. Una sosta di mezz'ora, nessun incontro con Ranucci, giusto il tempo di far prendere al camerunense «contezza dei luoghi», poi il rientro a Roma. E il 10 ottobre, a sua volta, Tavares aveva mostrato l'abitazione del giornalista agli esecutori dell'attentato che si verificherà 6 giorni dopo. I primi ad essere arrestati sono proprio loro, il 30 giugno: Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D'Avino e Marika De Filippis. D'Avino e Tavares si conoscono dal 2021, sono amici. Con lui il factotum di Lavitola pianifica il blitz. È a Tavares che D'Avino scrive «51 minuti dopo la deflagrazione dell'attentato al giornalista: "Tt ok"». Ma era chiaro fin da subito che ci fosse qualcun altro dietro al camerunense. Quando i carabinieri di Frascati eseguono la misura nei confronti di D'Avino, l'indagato non accorgendosi della presenza dei militari dietro di lui dice alla compagna De Filippis: «Avvisa Gomes che avvisa a quell'altro». E sarà proprio quest'ultima, già ai domiciliari, intercettata, a parlare del "dottore". Un appellativo con cui, racconterà la compagna di Tavares, erano soliti chiamare Lavitola. Quest'ultimo «immediatamente consigliava al suo 'factotum' di rivolgersi ai propri difensori, avvocati Cola, padre e figlio». «Non devono poter pensare che io e te siamo d'accordo su qualche cosa», avverte Lavitola, esortando Tavares a parlare con i suoi legali e non con lui. Gli stessi avvocati contattati dagli esecutori materiali su richiesta del camerunense che ormai da mesi si trova in Africa. E, contattato dal Tg1, ha confermato di non avere intenzione di tornare in Italia.Da ieri Lavitola è in carcere a Rebibbia, lo stesso in cui ci sono alcuni degli esecutori materiali dell'attentato che, intercettati nella casa circondariale, parlavano di Lavitola: «Tu che sei il mandante e sei ancora a piede libero?». Mille euro sarebbe il compenso riscosso, che però lamentavano di non essere rientrati delle spese legali: «Vado a casa di quello, deve ridarmi i soldi». Vista la rabbia degli esecutori nei confronti di Lavitola, è stato disposto il divieto di incontro con quest'ultimo all'interno del carcere.Subito dopo l'attentato, sostiene il gip, Lavitola avrebbe iniziato a dare concretezza al proprio progetto di depistare la matrice dell'attentato e, nello stesso tempo, avrebbe condiviso con la vittima e con persone del suo entourage, tra cui un giornalista di Report, la convinzione che l'incolumità di Ranucci fosse seriamente in pericolo, avanzando inoltre ipotesi sui possibili responsabili dell'azione. Un comportamento che, secondo il gip, configura chiaramente un vero e proprio depistaggio.Nell'ordinanza viene richiamata anche la testimonianza di un giornalista del programma di Rai3, sentito dagli investigatori il 10 luglio scorso. Il cronista ha riferito che, dopo aver appreso del coinvolgimento di Lavitola nell'inchiesta, aveva iniziato a sospettare che la cosiddetta «pista israeliana», più volte sostenuta dall'indagato, potesse rappresentare un tentativo di sviare le indagini.Per il gip siamo in presenza di un soggetto con una spiccata "capacità criminale", per questo, il carcere è l'unica misura cautelare idonea a prevenire il rischio di azioni recidivanti. Lavitola è «spregiudicato» e può contare su conoscenze in molti Paesi, tanto che il giorno delle perquisizioni domiciliari, il 4 luglio scorso, sarebbe stato pronto a lasciare l'Italia in direzione del Camerun. Sussiste poi anche l'aggravante del metodo mafioso perchè, scrive il giudice, «le modalità utilizzate dagli indagati risultano pienamente idonee a far apparire l'azione realizzata come maturata in un contesto di criminalità organizzata».