di

Marco Bonarrigo

Il campione europeo di Birmingham critico con organizzatori e aziende: Ho imparato a fregarmene di tutto e di tutti, conta vincere e stare bene al mondo. Però credo che un minimo di parità di diritti tra gli atleti ci vorrebbe»

«Guardate la pista che c'è qui a Birmingham: è un capolavoro di tecnologia, chi corre rimbalza come una cavalletta, l’hanno stesa in modo perfetto. Guardate la pedana del lancio dove abbiamo gareggiato noi pesisti, gli hanno passato una mano di cemento due ore prima della gara, c’erano ancora i residui, se avesse piovuto sarebbe stato un incubo. Guardate le scarpe di chi corre e salta, sono dei gioielli. Noi pesisti lanciamo in scarpe da tennis, nessuno lavora sulla tecnologia o prova a proporre delle evoluzioni».

Dall’oro europeo è passata poco più di mezz’ora e Leonardo Fabbri, pur raggiante per il titolo e la doppietta con Zane Weir, in zona mista ha qualcosa da dire agli organizzatori. «Ho imparato a fregarmene di tutto e di tutti, conta vincere e stare bene al mondo. Però credo che un minimo di parità di diritti tra gli atleti ci vorrebbe. Ci qualifichiamo al mattino presto, la sera la finale viene trascurata dallo speaker, non esiste una pedana di lancio uguale all’altra e sì che non deve essere difficili farle tutte uguali per metterci sempre nelle stesse condizioni e non farci rischiare nulli o infortuni» spiega il fiorentino. «Un tempo queste cose mi avrebbero rovinato l’umore e la gara - conclude il campione europeo - adesso ho imparato a stare bene con me stesso con meditazione ed esercizi di respirazione. E anche la peggior pedana non mi fa più paura».