La radicalizzazione del conflitto politico verso il 2027 apre paradossalmente uno spazio per un Centro autonomo e riformista. Un progetto possibile solo se plurale e radicato nelle culture di governo
La fase politica che si sta aprendo in vista del voto del 2027 può riservare sorprese anche positive. Certo, permangono molte contraddizioni e l’attuale radicalizzazione del conflitto politico rischia di indebolire progressivamente la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e la stessa efficacia dell’azione di governo. Una radicalizzazione che spinge le forze politiche, soprattutto quelle più consistenti, ad abdicare al loro tradizionale ruolo a vantaggio di una costante rincorsa nei confronti dei partiti che coltivano spinte ed accenti più estremisti, massimalisti e radicali. È appena sufficiente verificare il concreto dibattito politico di questi ultimi tempi per rendersene conto.
Ma proprio all’interno di un quadro politico alquanto preoccupante, instabile e precario, è altrettanto indubbio che possono anche decollare progetti politici che sino a qualche tempo fa era pressoché impossibile anche solo pensarci. Mi riferisco, nello specifico, al potenziale e del tutto possibile decollo di un progetto centrista. O meglio, per dirla con parole ancora più semplici, ad un Centro autonomo, riformista, democratico e con una spiccata cultura di governo. Ad un “centro dinamico”, per dirla con una bella espressione di Guido Bodrato. Un Centro, cioè, che negli ultimi tempi è stato sacrificato sull’altare degli “opposti estremismi” o, per dirla con un linguaggio più contemporaneo, degli “opposti populismi”.






