La crisi di Ceuta ha aperto una spaccatura nell’Ue che va oltre lo scontro che vede contrapposte Roma e Madrid. Da un lato c’è Giorgia Meloni, che è in piena campagna elettorale per le politiche del 2027 e il 31 luglio ha reagito sospendendo il trattato di Schengen nei confronti dei cittadini di Paesi terzi in arrivo dalla Spagna. Dall’altra c’è il governo di Pedro Sanchez, che ha difeso la gestione della crisi e respinto quella che considera un “approccio guidato da pregiudizi, fake news, ignoranza o interessi politici”. Tra i due litiganti non c’è più un’Europa divisa tra una destra che propone di alzare i muri e una sinistra che si dice più indulgente. La geografia è molto più complessa, in un quadro in cui le esigenze elettorali e la crescita delle destre radicali giocano un ruolo di primo piano.

La lettera dei 22 contro la Spagna – Il 1° agosto una coalizione di 22 Paesi guidata da Italia e Danimarca ha inviato una lettera a Bruxelles per esprimere “grave preoccupazione per i recenti sviluppi alla frontiera esterna dell’Ue a Ceuta” e chiedere misure per impedire che “attraversamenti di massa incontrollati, la strumentalizzazione della migrazione o altre minacce ibride creino la percezione che sia possibile entrare illegalmente nell’Ue”. Il documento accusa in pratica le autorità spagnole di essere state incapaci di difendere la frontiera esterna dell’area Schengen e critica i “fattori di attrazione” costituiti dalle politiche del governo Sánchez, che ha promosso ampie sanatorie per i migranti irregolari già presenti sul territorio. L’obiettivo: dimostrare che sul tema la Spagna è isolata all’interno dell’Unione.