di
Gaia Piccardi
Se a Wimbledon la posta in palio valeva l’azzardo di giocare sul ginocchio destro maltrattato dalla caduta con Kecmanovic, ora per Jannik non è il caso di rischiare
Il potere logora chi non ce l’ha. Il tennis, invece, consuma chi lo gioca. Il ginocchio di Jannik Sinner, il polso di Carlos Alcaraz: Ettore e Achille si sono sfiniti a vicenda in una battaglia cominciata il 2 aprile 2019, primo incrocio di lame al famoso Challenger di Alicante. Avere uno specchio dentro cui guardarsi riflessi è stimolante, però rischia di bruciare le pupille. Il Master 1000 di Cincinnati scatta giovedì senza i migliori e non tutti i mali vengono per nuocere: i veri appassionati, non i tifosi dell’ultima ora zompati sul carro sinneriano con modi da ultrà, avranno notato che a Montreal, per la prima volta dall’introduzione dei Mille (1990), tutti i giocatori arrivati nei quarti sono nati dopo il 2000: Tien (20 anni), Merida (21), Mensik (20), Shelton (23), Darderi (24), Nakashima (25, il più anziano), Fils (22) e Jodar (19), il primo figlio legittimo di Sinner. Dopo i tre lustri dei Big Three, il cui presidentissimo — Novak Djokovic — è ancora in circolazione, il tennis è sottoposto a violente forze centripete di svecchiamento. Scatenate dai predestinati, 47 anni in due, poco più dell’età del Djoker. Tutto ha un costo, però.






