Ceuta è tornata in queste settimane a essere il punto più fragile dell’Europa. Una città spagnola in terra africana, un’exclave circondata dal Marocco, un confine che non separa soltanto due territori ma due immagini del futuro: da una parte chi cerca di entrare, dall’altra chi non sa più come difendersi senza smarrire se stesso.
Le cronache raccontano di migliaia di persone che hanno tentato l’ingresso a nuoto, di giovani morti lungo la costa, di minori non accompagnati rimasti nella città, accolti o trattenuti in strutture già sotto pressione. Ma dietro le parole della cronaca ci sono ragazzi in carne e ossa. Quelli che in Spagna vengono chiamati menas, menores extranjeros no acompañados. Arrivano in modo rocambolesco, si nascondono, vivono di piccoli furti e aspettano l’occasione per imbarcarsi per la Spagna.
È proprio quell’attesa che oggi colpisce di più. Ceuta non è soltanto il luogo dell’assalto alla frontiera. È il luogo del dopo. Il luogo in cui restano quelli che non riescono ad andare avanti e non possono tornare indietro. Ragazzi sospesi, ammassati nel quartiere El Principe: un mondo dove l’Europa comincia e insieme si nega.
Talvolta i romanzi anticipano la realtà. Non perché chi scrive abbia doti profetiche, ma perché la letteratura intercetta segnali che la politica preferisce ignorare. Le crepe prima del crollo. Le ferite prima che diventino emergenza. Ma è triste, terribilmente triste, vedere come talvolta la realtà vada oltre ogni immaginazione. Ceuta oggi è uno di questi casi.








