Ci si può legittimamente chiedere che senso abbiano oggi i festival musicali, e perfino considerarli un’insensata fiera della vanità, o magari della vacuità. Difficile però pensare che altrove che a Salisburgo si possa mettere in scena l’immenso Saint-François d’Assise di Olivier Messiaen (1983) con altrettanta dovizia di mezzi, e con lo stesso clamoroso risultato (per sei-recite-sei praticamente sold out, anche se alla mia qualcuno che ha scelto la libertà a metà c’è stato). E’ l’estate dei titoloni, in effetti: alle barocchiadi di Innsbruck riesumano Il pomo d’oro di Cesti (1668), otto ore divise in due serate; a Salzburg, l’opera del supremo ornitologo cattolico ne dura sei e un quarto ma con due intervalli bayreuthiani di un’ora l’uno, sicché le ore effettive di musica sono poco più di quattro: il Saint-François come mezzo Pomo, insomma. Riascoltato dopo molti anni, di questo Messian terminale e testamentale, anche librettista di sé stesso, colpisce soprattutto la drammaturgia, per nulla lineare, semmai una selezione di greatest hits del Santo. “Scènes franciscaines”, le chiama infatti: il lebbroso, l’angelo, la predica agli uccelli, le stigmate, la morte. La musica procede per accumulazioni e ripetizioni, raramente per sviluppo, sicché l’impressione è che Messiaen costruisca un teatro che non racconta né discute ma che, come in certe culture extra-europee, vuole trasportare lo spettatore in una sorta di mistico nirvana (che poi nel secondo atto, decisamente prolisso, il rischio di un blasfemo pisolino ci sia è innegabile). E’ un Francesco decisamente mistico: il rischio di un eccesso di dolcezza irenista è abilmente schivato dalla direzione di Maxime Pascal, tutta una clarté, una nettezza e nitidezza di linee che ricordano quella di Salonen del ’92. Inaggettivabili al solito i Wiener, meravigliosi per compattezza, precisione e bel suono: in buca ce ne saranno almeno un centinaio, con le percussioni e le immancabili ondes Martenot delocalizzate ai lati del palcoscenico, eppure perfettamente “a piombo”. Sterminato anche il coro della Staatsoper di Vienna, piazzato fuori scena con effetti decisamente suggestivi.Un titolo del genere è un invito a nozze per Romeo Castellucci, che sceglie la strada del realismo: ci sono un vero lupo, un vero pavone, un vero vegliardo nudo come lebbroso e, nel finale, un vero gregge di pecore, mentre i fraticelli cuociono in due forni (elettrici, però) del vero pane il cui profumo satura la sala. Servono a raccontare il progressivo distacco dal mondo di Francesco: l’ascesa verso l’estasi non è il rifiuto di ciò che ci circonda, ma la sua accettazione, anche lavando il corpo del lebbroso o abbracciando la lava incandescente delle stigmate. Perfino gli uccelli stramazzano al suolo, ma continuano a cantare. Ovviamente non mancano i consueti quiz castellucciani per solutori più che abili, tipo la scarpa da tennis che Francesco porta sulla testa per metà del primo atto; ma lo spettacolo è assai bello, pieno di immagini forti davanti all’enorme muraglia della Felsenreitschule per lo più lasciata opportunamente “nature”, e con un terz’atto davvero impressionante. Giganteggia Philippe Sly come Francesco. La parte non è difficile ma estenuante, specie in una regia così “fisica”: si fa dipingere, malmenare, sballottare mentre canta, e pure molto bene. Notevoli anche l’Angelo di Lauranne Oliva, il Lebbroso (o meglio, il suo doppio canoro) di Sean Panikkar e in generale tutto il convento, dal quale spunta perfino il glorioso sir Willard White. Si arriva alla fine leggermente stremati ma decisamente plaudenti. Quindi sì, valeva il viaggio.