"Gli alberi erranti del titolo ricordano il destino che tutti noi abbiamo: quello di essere foglie al vento, alle quali però è data la possibilità di infilarsi nella folata che si vuole". È una definizione che assomiglia molto anche al cinema di Salvatore Mereu: un cinema che osserva gli esseri umani nel loro vagare, nella loro ricerca di una casa, di un amore, di un posto nel mondo.

Con Alberi erranti, ieri in anteprima assoluta in concorso al Festival di Locarno, il regista sardo torna a confrontarsi con una materia narrativa che gli è profondamente congeniale: il confine sottile fra realismo e fiaba, fra durezza della vita e dimensione del mito. Tratto dal romanzo Alberi erranti e naufraghi (Il Maestrale editore) di Alberto Capitta, che firma anche la sceneggiatura insieme al regista, il film racconta il destino intrecciato di tre famiglie in una Sardegna senza tempo, concreta e insieme visionaria. Ci sono gli Arca, che vivono in armonia con la natura, un’armonia quasi ancestrale; i Nonne, potenti e temuti notabili del luogo; e la famiglia del notaio Branca. Dallo scontro fra questi universi nasce una storia che parla di identità, libertà, paura del diverso e conflitto fra generazioni. Temi antichi che Mereu trasforma in favola morale, senza rinunciare alla concretezza della vita quotidiana.