Scomparsa nel nulla il 10 agosto di trent’anni fa, sul Monte Faito. Da allora un numero infinito di appelli, richieste di aiuto, segnalazioni e indagini. La pista messicana, quella sudamericana, quella turca. Ogni volta un possibile spiraglio, ogni volta la speranza di essere finalmente arrivati alla verità. E ogni volta, invece, un altro vicolo cieco. È questa la storia di Angela Celentano, la bambina di tre anni che quel giorno d’estate svanì durante una gita e che, da allora, sembra essere rimasta sospesa nel tempo. Oggi avrebbe 33 anni. Per la sua famiglia, però, il tempo ha un significato diverso: Angela continua a essere quella bambina di tre anni che correva sul Monte Faito, quella figlia che un giorno potrebbe ancora varcare la porta di casa.
Era quasi l’una del pomeriggio quando Catello Celentano si accorse che Angela non era più con gli altri. La famiglia era arrivata sul Faito per trascorrere una giornata all’aria aperta insieme alla comunità evangelica frequentata dai genitori. Una giornata apparentemente normale, fatta di bambini, famiglie, cibo e momenti di convivialità. Poi, improvvisamente, Angela non c’era più. LE RICERCHE Il caso diventò presto uno dei più dolorosi misteri italiani. Le testimonianze raccolte negli anni furono numerose e non sempre coincidenti. Si parlò di persone viste nei pressi della zona, di possibili avvistamenti e di automobili sospette. Ogni elemento venne passato al setaccio, mentre la famiglia cercava di tenere insieme ciò che rimaneva di quella giornata e la speranza che Angela fosse ancora viva. A un certo punto l'indagine arrivò persino dentro la cerchia familiare. Nel 1999 venne indagato lo zio, Gennaro. La Procura di Torre Annunziata ipotizzò inizialmente anche il sequestro di persona, mentre gli accertamenti riguardarono presunti comportamenti reticenti e il possibile favoreggiamento. Ma quell'ipotesi non portò a una soluzione: nel dicembre dello stesso anno la posizione dello zio venne archiviata e fu scagionato. Restarono le segnalazioni. Tantissime. LE PISTE ESTERE Una delle più note fu quella messicana, legata alla storia di una ragazza che si presentò come Celeste Ruiz. La vicenda aveva alimentato una nuova, fortissima speranza nella famiglia: una giovane sosteneva di essere Angela e inviava immagini e messaggi capaci di riaprire una ferita mai rimarginata. La storia si trascinò per anni fino agli accertamenti decisivi. Nel 2017 il Dna mise fine a quella speranza: la ragazza non era Angela. Poi arrivò un'altra possibile pista, questa volta in Sud America. Una giovane donna venne segnalata per una forte somiglianza con Angela, tanto da alimentare nuovamente l'ipotesi che la bambina potesse essere cresciuta lontano dall'Italia. Anche in quel caso, però, fu il Dna a spezzare l'attesa: il confronto genetico diede esito negativo. E poi c'è la Turchia. È la pista che negli ultimi anni ha continuato a resistere più delle altre. La sua origine risale al 2009, quando la blogger Vincenza Trentinella riferì di aver raccolto informazioni secondo cui Angela sarebbe stata portata in Turchia e si troverebbe sull'isola di Büyükada, davanti a Istanbul. Una storia che negli anni sembrava essersi consumata senza produrre risultati concreti, ma che è tornata al centro dell'attenzione attraverso nuove immagini, testimonianze e accertamenti. Ma questa traccia non ha prodotto ancora la svolta che tutti attendono. IL RICORDO Nel frattempo, però, sono trascorsi trent'anni. Trent'anni durante i quali Catello e Maria Celentano hanno scelto, soprattutto negli ultimi tempi, il silenzio. Un silenzio che non significa resa. Al contrario, è il modo con cui una famiglia continua a proteggere una speranza diventata parte della propria esistenza. «Gli anni passano e possono logorare le forze, i pensieri e segnare la pelle... ma mai la speranza», hanno scritto i genitori nel messaggio affidato ai social nel giorno del trentennale. «Non servono date per ricordarti perché non sei una ricorrenza ma ogni giorno che passa non è che un altro giorno senza di te». E ancora: «Sei ogni giorno nei nostri cuori e nei nostri pensieri». Parole che raccontano meglio di qualsiasi fotografia la condizione di una famiglia costretta a vivere tra memoria e attesa.











