Bisogna far ordine, e in fretta, lì al centro. Se lo ripetono da un po’ i leader dei tre maggiori partiti del Campo largo, Pd, M5s e Avs: «Quando dovremo parlare del programma di governo, i centristi non possono mica presentarsi in dieci, uno per ogni forza politica! Per noi è importante avere un solo interlocutore». Intanto che se lo ripetevano e che cercavano qualcuno che li federasse, la galassia del centro si è avviata sulla propria strada. Che è quella dell’aggregazione attraverso la disgregazione. Un laboratorio chimico, più che politico. Ad ogni invito a far presto, comunque, da quelle parti rispondono predicando calma: «Ancora non c’è nemmeno la nuova legge elettorale». Non si riferiscono al testo che produrrà il Parlamento, ma a quello che uscirà poi dal «vaglio costituzionale del Quirinale e della Consulta». Potrebbe saltare l’indicazione del premier, così come la regola del miglior perdente che li costringe a unire le forze. Cullano, sembra, la segreta speranza di potersi dividere. E poi sono tutti in attesa del nuovo libro di Ernesto Maria Ruffini, l’ex numero uno dell’Agenzia delle entrate, oggi alla guida dei comitati civici “Più uno” con annesse aspirazioni da federatore. Sarà il suo nuovo manifesto: lì ci sarà la visione programmatica da portare al tavolo del centrosinistra. Dovrebbe essere presentato a settembre, quando si riavvia il motore della politica, e sarà il frutto di un lavoro di più mani e di più cervelli. Ruffini federa dove può. Intanto ha attirato a sé l’ex capo della polizia Franco Gabrielli e il sindaco di Milano Beppe Sala. Anche Bruno Tabacci, leader di Centro democratico, aspetta che Ruffini faccia la sua mossa e se non la farà potrebbe persino salutare la politica: «Arrivederci e grazie». Nel Pd sono già pronti a calare la scialuppa di salvataggio per l’ex capo dell’Agenzia delle entrate: un posto in lista per lui si può trovare, così come per Gabrielli, se non riuscirà a costruire un soggetto politico suo. Anche perché la raccolta delle firme necessaria per presentarsi alle elezioni è una sfida non semplice. «Avere un altissimo standing personale non vuol dire avere anche la capacità di organizzarsi sul territorio», ragionano, con una nota di preoccupazione, nel quartier generale dem. Qualcuno, infatti, ha pensato alla possibilità di invitare Ruffini sotto lo stesso tetto di Matteo Renzi (che non ha bisogno di raccogliere le firme), ma le interlocuzioni sono ancora in sospeso. È questa, spesso, la fine dei federatori. Si è defilata Silvia Salis, la sindaca di Genova, così come Gaetano Manfredi, il sindaco di Napoli. Manfredi ha preferito aderire a “Progetto civico” di Alessandro Onorato, l’altra gamba centrista in gioco. Costruita – dicono – con l’avallo di Conte e di Goffredo Bettini per fare da contraltare a Renzi, anche in vista della partita quirinalizia. «Per noi raccogliere le firme non sarà un problema. Ci stanno sottostimando», si dice sicuro Onorato, assessore a Roma nella giunta Gualtieri. Sulla sua barca, oltre a Manfredi, è salito anche Ismaele La Vardera, con il suo “Controcorrente”, che in Sicilia veleggia oltre il 15%. Nel Progetto civico di Onorato ci sarà anche Enzo Maraio, segretario dei Socialisti, e potrebbe finirci pure il segretario di PiùEuropa Riccardo Magi, se le liti interne porteranno al dissolversi del partito. L’altro deputato di Più Europa, Benedetto Della Vedova, invece è indirizzato verso Italia viva. E nel nuovo soggetto renziano confluirà anche “Primavera”, il movimento dell’ex ministro M5s Vincenzo Spadafora. Cos’ha in comune con Renzi? Quasi esclusivamente l’ottimo rapporto con Salis, conosciuta quando lui era ministro dello Sport e lei vice presidente del Coni. Con l’incognita Ruffini ancora in gioco, alle primarie del centrosinistra si presenterà di sicuro Onorato. E dall’altra parte – scrive il Foglio – ci pensa Renzi. Se alla fine i centristi in gara fossero davvero in due o magari in tre? «Possono dare qualche fastidio a Schlein – dice Lorenzo Pregliasco, di YouTrend – perché mobiliterebbero verso di loro un pezzo dell’elettorato riformista del Pd». Anche se i voti per i centristi «non sono perfettamente sovrapponibili a quelli in dote ai dem: molti elettori, senza quelle candidature, magari non parteciperebbero alle primarie». Sempre che le primarie si facciano. «Aspettiamo la legge elettorale», ripetono da quelle parti
Onorato, Ruffini e la tentazione di Renzi. Il Risiko centrista può decidere le primarie
I candidati dell’area moderata sposterebbero voti decisivi. Schlein rischia di perdere più consensi di Conte








