La montagna conserva tutto, soprattutto per chi ci saliva per andare a lavorare in miniera: dal rumore del ferro contro la roccia al fiato corto di chi arrivava all'alba, ma era forte avvertire il silenzio che arrivava alla fine del turno, quando la luce tornava a essere una conquista almeno in estate. Le miniere di Cogne hanno visto passare generazioni di uomini che scendevano sottoterra con la naturalezza di chi conosceva il proprio destino e con la prudenza di chi sapeva che ogni giornata chiedeva rispetto prima ancora che forza. Il lavoro aveva il peso dei carrelli carichi di magnetite, del suono assordante delle perforatrici, dell'acqua che filtrava dalle pareti e di un freddo capace di entrare nelle ossa molto più in profondità della polvere.
Le storie dei minatori si assomigliano tutte e nessuna è uguale all'altra. Cambiano i nomi, cambiano gli anni, la provenienza e la motivazione, ma resta la stessa abitudine a misurare il tempo con il rumore della montagna. Chi nasceva da queste parti imparava presto che il pane arrivava da un luogo dove il sole non entrava quasi mai e dove il compagno di lavoro valeva quanto l'esperienza. Sottoterra non servivano eroi, servivano persone affidabili ed è anche per questo che le miniere hanno costruito comunità prima ancora dei salari.






