Si sale con le mele. Si percorre la via del formaggio. Dello spumante. Chilometri di tornanti nel verde tra filari ordinati. Poi uno squarcio. La montagna si apre e si va dentro. Chilometri nel vuoto grigio creato dalle cave di dolomia. Predaia. Alta Val di Non. Trentino. Qui la roccia asciutta delle Alpi Retiche custodisce il lavoro della comunità locale. Dona materia, accoglie beni da conservare. Cibo finora. Da ora dati e software. A fine giugno in una delle gallerie è stato inaugurato il primo data center realizzato in una cava attiva. Si chiama Intacture. Una piattaforma per la ricerca, l’industria e i servizi digitali. Il progetto è stato realizzato dalla società Trentino DataMine. Collaborazione tra pubblico e privato. Il 49% è dell’Università di Trento. Il resto di quattro imprese locali. Un investimento complessivo di 51 milioni di euro, di cui 18,4 arrivati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Come è stato realizzato Mille giorni per realizzare il progetto. Nessun ritardo. Costruire un data center in una miniera è stato possibile grazie a una legge della provincia autonoma che nel 2006 ha dato la possibilità di utilizzare i vuoti della Val di Non per nuove attività economiche. Insieme alle mele, al grana e al vino frizzante, oggi a cento metri sottoterra si custodiranno anche i dati. Come le mele, i dati per essere conservati hanno bisogno di due costanti: basse temperature, che qui non vanno mai oltre i 12 gradi; e ambiente secco, garantito dalle decine di metri di roccia che protegge da caldo e infiltrazioni. Scendendo il verde dei meleti lascia spazio a quello elettrico dei cavi che trasportano i dati e delle luci Led delle 56 schede Nvidia H200. Dati che arrivano dalle aziende del territorio, dalle istituzioni, dalle università e dai centri di ricerca.