Dopo l’invasione russa, l’Ucraina sta vivendo la quinta estate di combattimenti e si avvia verso un nuovo inverno di guerra. L’inverno preoccupa i responsabili ucraini. Il Paese dovrà combattere su due fronti: quello bellico con la chiara debolezza nella copertura contraerea e i bombardamenti russi sempre più distruttivi, e quello della sopravvivenza della popolazione con temperature estremamente fredde e senza nessuna centrale termoelettrica intatta, come ha dichiarato il presidente Zelensky. Tanta gente ha ormai lasciato il Paese e si è sparsa per l’Europa. Taluni valutano quasi dieci milioni (compresi quelli sotto controllo russo). L’Ucraina è in forte calo demografico dagli anni Novanta. Un Paese in grave crisi. Questo non vuol dire che non reggerà ai prossimi attacchi russi. C’è solo un’enorme sofferenza imposta a un popolo dall’aggressione russa. È un tema su cui riflettere, anche se, dopo quattro anni e mezzo, gli ucraini hanno imparato dolorosamente a vivere in questa terribile condizione.
È una guerra tipica del XXI secolo: asimmetrica ma anche, per la forza degli armamenti in campo, capace di eternizzarsi senza vinti né vincitori. Qualcosa di simile è avvenuto in Siria, con un conflitto durato dodici anni, con un prezzo enorme di morti e devastazioni, oggi faticosamente recuperabili. Un conflitto di fronte al quale i paesi europei sono rimasti spettatori. Porsi la domanda sulla fine della guerra in Ucraina non vuol dire cedere alla Russia e abbandonare Kiev, come talvolta si dice anche aggressivamente. Significa pure sondare i russi. La domanda, così centrale, è soffocata dalla logica bellica, ma in Europa anche dall’abitudine provinciale di ridurre tutto ai dibattiti di politica interna in vista della campagna elettorale. L’Europa non riesce a lanciare un’azione diplomatica, perché — come Giampiero Massolo ha ben scritto su queste pagine — gli europei sono troppo deboli per risolvere e troppo schierati per mediare. Aggiungerei divisi non nella comune e dichiarata solidarietà all’Ucraina, ma nel modo di sentire questa guerra. Il che non è secondario.







