Facciamo delle ipotesi: in Italia alcuni infermieri islamici chiedono che, tra le loro mansioni, sia escluso il rifare i letti perché è un lavoro da donne. In diverse scuole pubbliche alcune famiglie islamiche chiedono che le bambine e le ragazze non facciano lezioni di ginnastica insieme ai compagni, oppure che le ragazze entrino a scuola con il velo o altre coperture. Le ipotesi precedenti non lo sono: sono fatti realmente accaduti, finiti sui giornali poco e male, che ho appreso negli ultimi anni durante formazioni con il sindacato e nel mondo scolastico.
Di fronte a queste richieste, che contrastano con i diritti universali nel lavoro e nella scuola pubblica, quale sarebbe la reazione di chi, a sinistra, benedice le iniziative ‘separatiste’ in atto in alcune piscine pubbliche? Si tratta di iniziative concertate con i rappresentanti delle comunità islamiche, di solito dirette da uomini, presentate come fattori di ‘inclusione’ e ‘accoglienza’: dunque, per scongiurare le derive razziste, è necessario accogliere qualunque richiesta, anche basate su dettami religiosi, chiamandole ‘culture diverse’? Anche quando è palese che si tratta di regole che riguardano le relazioni tra i sessi, che configurano visioni asimmetriche (che si ripercuotono sui diritti universali) della libertà dei corpi, nello spazio pubblico così come in quello privato?














