Tutto quello che non torna nella versione dei fatti raccontata dall’ex calciatore sul dissenso che ha portato alla rottura con Malagò e alle dimissioni da direttore tecnico.
C'è qualcosa che non torna nella verità (la sua verità) che Paolo Maldini ha raccontato sulla brevissima esperienza da direttore tecnico della Nazionale. Anzi, più di qualcosa. Ed è proprio mettendo in fila le sue parole, gli argomenti e gli esempi proposti, nel raffronto con ciò che già esisteva in FIGC e i passaggi della vicenda che emergono una serie di punti oscuri, "bugie", nella sua ricostruzione.
Il primo punto è Guardiola. L'ex capitano del Milan e della Nazionale lo ha descritto a tal punto calato nel progetto Italia da prendere carta e penna per abbozzare le formazioni sui fogli e ipotizzare anche quale nuovo abito cucire addosso all'apparato federale per ridare slancio alla maglia Azzurra nel futuro. Poi, però, si tira indietro a malincuore perché è stanco e ha problemi alla schiena. Ma il senso di spossatezza e voglia di staccare la spina non si manifestano certo alla fine di una lunga chiacchierata a pranzo: c'è oppure no a prescindere. Questo dimostra che la spiegazione di Maldini non basta. E soprattutto non chiarisce quanto fosse davvero vicina alla conclusione la trattativa, ammesso la si potesse definire così. L'altra faccia della medaglia è la scelta di Andrea Pirlo. È su di lui s'è consumata la rottura con il presidente, Giovanni Malagò, e la conseguente decisione di farsi da parte assieme a Leonardo. O lui o niente, in buona sostanza. Cosa avrebbe dovuto fare il numero uno della FIGC: consegnargli le chiavi dell'auto a occhi chiusi facendo un passo indietro incomprensibile anche nel solco dei suoi poteri istituzionali? Pirlo non aveva esperienza adeguate alle spalle (come si fa a passare dal catalano che ha vinto tutto e Ancelotti a lui, questo ancora non si è capito come sia possibile) ma solo ombre per la partnership economica col sito russo di scommesse.











