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Giovanni Malagò e Paolo Maldini dialogano durante l’assemblea della Lega Serie A a Milano
«I patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto». Paolo Maldini racconta così, in un’intervista al Corriere della Sera, la conclusione della sua breve esperienza da direttore tecnico della Nazionale.Uno dei nodi principali riguardava la scelta del commissario tecnico. «Per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse», ha spiegato Maldini.«Volevamo puntare su tecnica e gioco offensivo»
Alla base del progetto c’era l’idea di imprimere una svolta alla Nazionale. «La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva».
Per la panchina, Maldini e il suo gruppo avevano individuato tre profili: Daniele De Rossi, Fabio Grosso e Andrea Pirlo. «Tre campioni del mondo. Ma il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione, con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi».Il retroscena su Guardiola










