Il 7 agosto, nella città santa della Mecca, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato quello che il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan non ha esitato a definire “tecnicamente identico” all’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico. La Mecca Joint Defense Agreement (Mjda) stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre firmatari sarà considerato un attacco contro tutti. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi
È un linguaggio che a Bruxelles conosciamo bene, ma che qui nasce fuori dal perimetro euro-atlantico, in un contesto – la guerra Usa-Israele contro l’Iran avviata il 28 febbraio scorso – che ha già ridisegnato una volta le linee di faglia del Golfo e ora ne sta disegnando una seconda.
Per comprendere la portata dell’accordo occorre resistere alla tentazione di leggerlo come un semplice patto anti-iraniano. È qualcosa di più stratificato: la messa a sistema di tre insoddisfazioni nazionali diverse, ciascuna maturata lungo un proprio percorso, che trovano nel mutuo soccorso collettivo una risposta comune a un denominatore comune – l’incertezza sulla tenuta dell’ombrello di sicurezza americano-israeliano nella regione.
Tre traiettorie, una convergenza











