di Riccardo Piergentili
Con la Mini John Cooper Works e la Bmw R 1300 GS abbiamo risalito la Pikes Peak: 19,99 chilometri, 156 curve e 1.440 metri di dislivello, fino ai 4.300 metri della vetta
La Mini John Cooper Works in sosta sopra uno dei tornanti della Pikes Peak Highway: oltre le rocce, il Colorado si apre fino all’orizzonte
Denver (Stati Uniti) La prima sorpresa è un casello. Siamo davanti alla montagna che ha costruito una parte della mitologia automobilistica mondiale e per entrare si paga un biglietto. Il pedaggio è il primo atto del racconto. Pikes Peak non è soltanto una strada sulla quale si corre contro il cronometro: è un luogo progettato per essere raggiunto, ricordato e raccontato. La gara porta questa macchina narrativa al massimo dei giri, ma il sistema funziona anche quando i prototipi sono nei musei. È una maniera molto americana di costruire valore. Prima nasce un’infrastruttura, poi un evento le dà notorietà; intorno crescono alberghi, ristoranti, il turismo, i servizi e gli oggetti da portare a casa. Il visitatore compra l’accesso a un paesaggio reale e, insieme, la possibilità di entrare per qualche ora dentro una storia. Quella storia rende desiderabile la strada in ogni giorno dell’anno. La Pikes Peak International Hill Climb è la manifestazione più visibile di questo meccanismo e qualcosa di molto più istintivo: quasi venti chilometri in salita, 156 curve e un traguardo a 4.300 metri, dove l’ossigeno è circa il 40 per cento in meno rispetto al livello del mare. Per capire davvero questo posto abbiamo aspettato che il rumore della gara si spegnesse. Poi abbiamo percorso la stessa linea con una Mini John Cooper Works e una Bmw R 1300 GS. A velocità stradali la montagna concede il tempo per guardarla e per capire come un’impresa sportiva sia diventata un’industria dell’immaginario.








